Lavori Pubblici

Mose, costi saliti da 3,4 a 5,5 miliardi: ora verifica sull'adeguatezza degli aumenti

Alessandro Arona e Giorgio Santilli

A chiederlo è il vice-Ministro Nencini, ma soprattutto lo impone l'inchiesta che ha rivelato il giro di sovrafatturazioni, fondi neri e tangenti per milioni di euro pagati a politici e funzionari

Da quando i lavori sono partiti, nel 2003, i costi del Mose di Venezia (dighe mobili e opere collegate) sono cresciuti del 60%, da 3.441 a 5.493 milioni di euro. In parte per l'avanzamento progettuale, in parte (406 milioni) per l'adeguamento prezzi dovuto al passare degli anni, in parte per richieste di "enti terzi" (260 milioni) o dalla Commissione europea (199 mln).

Il maggiore aumento è stato certificato nel 2010, da 4.271 a 5.493 milioni di euro, dal Magistrato delle acque di Venezia. Allora titolare dell'incarico era Patrizio Cuccioletta, arrestato martedì con l'accusa di aver ricevuto 400mila euro l'anno di tangenti dall'ex direttore del Consorzio Venezia Nuova Carlo Mazzacurati (dimessosi a fine giugno 2013 prima di essere coinvolto nell'inchiesta).
L'opera comunque, sta procedendo a buon ritmo, siamo a oltre l'80% di avanzamento e il Consorzio conferma l'impegno a portarla a termine entro il 31 dicembre 2016.

E' chiaro che se saranno confermate le accuse della procura di Venezia circa un sistematico giro di costi gonfiati e sovrafatturazioni da parte del Consorzio Venezia nuova (le imprese concessionarie), con milioni di euro di tangenti e finanziamenti illeciti pagati grazie ai fondi neri a politici e funzionari pubblici, bè allora sarà più che legittima la richiesta avanzata dal vice-Ministro Riccardo Nencini (si veda sotto) di una "due diligence" sui costi del Mose. Per capire se dietro quei costi, e dietro gli aumenti del 60% cumulati dall'avvio lavori grazie agli ok di funzionari a "libro paga" del Consorzio, si nascondano e in che misura cifre ingiustificate, o giustificate solo dalla necessità di trovare i soldi per le tangenti.
Se questo fosse accertato, forse più che affidare con gara gli 800 milioni di euro che mancano per completare l'opera, e più che revocare la concessione al Consorzio, una buona idea potrebbe essere quella di costringere le stesse imprese del Consorzio a realizzare i lavori residui senza un euro di finanziamento pubblico, per la cifra corrispondente agli eventuali sovra-costi che si rivelassero ingiustificati.

Il Consorzio Venezia nuova è dal 1984 il concessionario (assegnatario senza gara, come allora era ammesso) del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Magistrato alle Acque di Venezia) per la realizzazione di tutti gli interventi per la salvaguardia di Venezia e della laguna (legge 798/1984), a cui dopo vent'anni si è aggiunto il Mose.
In base alla concessione del 1984 tutti i lavori possono essere realizzati senza affidamenti esterni dalle imprese consorziate, in base alle rispettive quote, anche se nel 2002 la Commissione europea ha imposto al Consorzio di affidare a terzi con gara almeno 721 milioni di euro di lavori, la parte a più elevata tecnologia, tra cui le paratoie.
Il Consorzio è oggi costituita da alcune delle maggiori imprese di costruzione italiane, tra cui in ruolo chiave Mazzi Scarl (29,3%), Mantovani (3,2%), Condotte (2,3%), Ccc (5,1%) e una serie di consorzi di imprese venete (Venezia Lavori 25,4%, Consorzio costruttori veneti 13,1%, Veneto cooperativo 2,6%, Italvenezia 17,5%).

L'opera viene inserita nel programma di legge obiettivo nel 2001, e avviata nel 2003. Il costo totale, in base al progetto approvato dal Magistrato delle acque nel 2002 e recepito dalla delibera Cipe 58/2003 , era allora calcolato in 3.441 milioni di euro, e la conclusione dei lavori prevista per il 2010.
In seguito, con l'avanzamento della progettazione, il costo (con il contratto a prezzo chiuso del 2005 e la succcesiva delibera Cipe 115/2008 ) è stato fissato a 4.271 milioni di euro e la fine lavori contrattualizzata per la fine del 2012.
A fine 2010 il Magistrato delle acque (Cuccioletta) certifica un ulteriore aumento di costo di 1,2 miliardi di euro, dovuto all'aggiornamento prezzi (406 milioni), a «interventi di inserimento architettonico» chiesti da enti terzi (enti locali, etc..., per 260 milioni), nuove opere all'Arsenale di Venezia per la gestione e manutenzione delle paratie (280 mln), la realizzazione di un sistema informativo per avviamento e futura gestione dell'opera (80 milioni) e infine opere di compensazione e riqualificazione ambientale imposte dalla Commissione europea (199 milioni). In tutto il costo arriva a 5.493 milioni, che è la cifra tuttora confermata per Mose e opere connesse. Tale cifra aggiornata compare per la prima volta nell'Allegato Infrastrutture del 2011. Il termine dei lavori slitta di due anni, dal 31 dicembre 2014 al 31 dicembre 2016, scadenza tuttora confermata.
Il progetto Mose è interamente finanziato con risorse pubbliche statali. Grazie agli ultimi 401 milioni stanziati dalla legge di stabilità 2014 la copertura è salita a 5.268 milioni (il 96%): all'appello mancano dunque solo i 226 milioni per le opere "ambientali".
Dal luglio scorso il Consorzio Venezia nuova è presieduto da Mauro Fabris, sottosegretario ai Lavori pubblici (in quota Udeur) ai tempi del governo D'Alema. In un comunicato il Consorzio sottolinea questa «discontinuità, a partire dall'estate del 2013, rispetto alla governance precedente», e annuncia «la propria completa disponibilità e il proprio interesse (in quanto parte offesa) a collaborare pienamente con tutte le autorità preposte affinché si faccia piena luce nella più totale trasparenza».

NENCINI: SERVE UNA DUE DILIGENCE
«Affidarsi a una due diligence per verificare i costi sostenuti, le spese presentate allo Stato ed erogate da quest'ultimo per la realizzazione dell'opera». È la proposta del vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Riccardo Nencini, alla luce delle vicende che riguardano il caso Mose di Venezia. «È venuto meno il sistema di controllo pubblico sul Consorzio» - osserva Nencini. «Bisognava vigilare sul flusso di denaro speso per un'opera che comunque va completata, mettendo in sicurezza la città di Venezia. I danni economici sono ad oggi incalcolabili - aggiunge Nencini - ma chiedere con una due diligence di fare una revisione delle spese e di restituire il maltolto è il minimo che uno Stato che esige trasparenza possa pretendere.Ed è nostro dovere - concludeNencini- rispondere urgentemente alla richiesta di chiarezza da parte dei cittadini».


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