Lavori Pubblici

Il boss Iovine confessa: «Ecco come truccavamo gli appalti pubblici»

M.Fr.

Diventato collaboratore di giustizia, il boss dei casalesi ripercorre la sua "carriera" e svela il trucco con il quale le imprese "amiche" facevano il pieno di appalti

Semplice come bere un bicchier d'acqua. Truccare un appalto pubblico da svariati milioni che viene aggiudicato in base a una complessa procedura regolatoria diventava un gioco da ragazzi. Come? Lo ha spiegato il boss Antonio Iovane agli inquirenti. Dopo il suo "pentimento" il boss del clan dei casalesi è un fiume in piena, e offre a vasto pubblico l'uovo di colombo che le cosche usavano per aggirare le norme e fare andare le aggiudicazioni alle imprese "giuste".

Per essere certi di vincere gli appalti - ha rivelato il pentito Iovine - gli imprenditori vicini al clan dei casalesi, dopo la consegna delle buste, le riaprivano e modificavano le offerte. Tutto qui. La rivelazione compare in uno dei verbali depositati al tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Il boss pentito ne parla in riferimento al contrasto sorto tra due imprenditori, imparentati tra loro e entrambi vicini al clan, per un appalto in provincia di Napoli.

«In effetti - ha dichiarato Iovine - entrambi i contendenti avevano compiuto atti volti a truccare la gara in quanto avevano avuto rispettivamente assicurazione da loro referenti presso la stazione appaltante che sarebbero risultati vincitori. Io ho già spiegato che vigeva il sistema di aprire preventivamente le buste e modificare le offerte. In quel caso fecero proprio questo».
Con buona pace di tutte le misure - incluso il sigillo di cera lacca - che dovrebbero garantire la trasparenza e la correttezza della competizione.

Nel vuotare il sacco, Iovine parla di affari ma racconta anche dei conflitti interni alla organizzazione. Ricorda che dopo la scarcerazione nel 1995 iniziò una "latitanza preventiva", che divenne in seguito "effettiva" quando scattò il 5 dicembre 1995 l'operazione Spartacus. «Fino al 1998, quando poi fu arrestato, comandava Francesco Schiavone detto Sandokan. In seguito alla scissione che vide coinvolte le fazioni di Bidognetti da un lato e Cantiello dall'altro, iniziò una lunga faida. La conseguenza fu che Francesco Bidognetti decise di tirarsi fuori dalla cassa comune del clan e questa situazione è rimasta tale fino a quando non sono stato arrestato. Vi parlo di questo perché il clan dei Casalesi esisteva in quanto esisteva la cassa comune che serviva per il pagamento degli stipendi agli affiliati». Iovine dice di poter parlare con cognizione di causa e da protagonista per il periodo che va dal 1998 al 2008 «sedendomi in una ideale tavola a cui partecipavano Michele Zagaria, Nicola Panaro e Giuseppe Caterino».

La grande abbuffata degli anni Ottanta
Nei verbali ricostruisce la storia dell'organizzazione delle origini, dagli anni Ottanta fino alla morte di Antonio Bardellino. «Il clan era molto forte e controllava tutta la provincia di Caserta, si compivano affari di grande importanza perché era il periodo di costruzione delle grandi opere: il capo era innanzitutto Bardellino ma chi materialmente operava erano Vincenzo De Falco e poi Francesco Schiavone». Durante il periodo di detenzione - ha ricordato sempre Iovine - alla moglie veniva corrisposto tra il '91 e il '95 uno stipendio mensile di quattro-cinque milioni di lire.

Oltre che il prossimo 7 giugno a Santa Maria Capua Vetere, dove è in corso il processo all'ex sindaco di Villa Literno ed ex consigliere regionale Enrico Fabozzi, Antonio Iovine dovrebbe essere interrogato dal pm Antonello Ardituro anche il 9 giugno a Napoli, nell'ambito del processo per le minacce a Roberto Saviano e Rosaria Capacchione in cui l'ex capoclan è imputato assieme a Francesco Bidognetti. In entrambi i casi Iovine sarà collegato in videoconferenza.


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