Lavori Pubblici

Lupo (Agi): «In Italia troppe imprese generali, serve più specializzazione»

Alessandro Arona

Il presidente dell'Associazione grandi imprese: «I grandi costruttori italiani si sono salvati soprattutto grazie ai lavori all'estero»

L'Agi è l'associazione, aderente all'Ance, che rappresenta le poche grandi imprese di costruzionie presenti in Italia. Oggi sono associate Salini-Impregilo, Astaldi, Condotte, Grandi Lavori Fincosit, Itinera, Maltauro, Pizzarotti, Toto, Vianini. Tra le imprese coinvolte in fallimenti-liquidazioni-concordati nel corso dell'ultima crisi, dal 2009, solo Impresa Spa (Raiola) era aderente all'Agi. Tutte le altre imprese Agi sono in bune o ottime condizioni di salute, quasi sempre grazie ai lavori all'estero (eccezioni, cioè imprese "solo" italiane, quelle di Toto, Itinera, Vianini, G.L.Fincosit).
Intervistiamo il presidente dell'Agi Mario Lupo.

Presidente, verrebbe da dire che la crisi delle costruzioni non tocca le grandi imprese...
Bè, nel recente passato sono saltati nostri associati come Torno, Nino Ferrari, Btp (Baldassini Tognozzi Pontello), ma certo negli anni dell'attuale crisi, dal 2009, è stata coinvolta solo Impresa Spa. La società dell'ingegner Raiola si era data una strategia di crescita con acquisizioni di aziende in crisi, ma è una strategia faticosa, e rischiosa. Lo so perché mi è capitato di fare anche il commissario di imprese in crisi. Si comprano lavori, ma anche guai della vecchia impresa da risolvere. Naturalmente più è grande l'acquirente, rispetto all'impresa o al ramo acquisito, più è facile "digerire i guai". Forse Impresa spa ha fatto un po' indigestione...

È grazie all'estero che le grandi si sono salvate dalla crisi?
Sì, l'estero è stato la loro salvezza. Non che all'estero tutto sia semplice, però, la concorrenza è molto agguerrita.

Si sente spesso dire da parte vostra e dell'Ance che per essere forti all'estero bisogna prima essere forti in Italia...
Le statistiche Enr sulla Top 250 mondiale delle imprese di costruzione e di engineering & construction segnalano che quasi tutte le imprese in classifica hanno una forte presenza fuori dai propri confini nazionali, ma con una quota media di fatturato all'estero del 40%, con il 60% nel proprio paese (salvo i casi dove il mercato d'origine è troppo piccolo, come per la svedese Skanska). Le nostre grandi imprese attive all'estero hanno invece cifre invertite, 60% all'estero, o anche molto di più.
Le nostre imprese hanno dimostrato di essere sempre più forti negli ultimi anni, perché i mercati internazionali sono molto competitivi, non si vince per caso. Anzi, sono sempre più competitivi e rischiosi, prendiamo l'instabilità del Venezuela, paese dove siamo molto presenti.

Che idea si è fatto della vicenda del Canale di Panama? Solo problemi tecnici sugli extracosti o anche pressioni geopolitiche degli Stati Uniti per far subentrare qualche loro big?
Bè, sì, su Panama c'è il sospetto grave che ci siano state pressioni indebite, tant'è che si è mossa anche l'Unione Europea. Comunque i mercati esteri sono sempre incerti.

Spesso si sente dire che le imprese grandi e quelle piccole dovrebero fare "filiera" all'estero, dalla progettazione ai lavori ai subappalti...
Finora è avvenuto poco ... le stesse imprese Agi lo rimproverano ai grandi contrctor italiani come Eni o Enel (il fatto cioè che quando vincono contratti di progettazione e costruzione all'estero, poi non affidino quote di lavori a imprese italiane, ndr).
Teniamo conto comunque che quando si va all'estero viene normalmente chiesto all'appaltatore principale di far lavorare le imprese locali. Ma il vero problema è un altro: in Italia abbiamo una struttura imprenditoriale fatta da una miriade di imprese generali e poche specializzate. Come si fa a giustificare, all'estero, un subappalto a una piccola impresa generale italiana? Molto più facile sarebbe in presenza di una precisa specializazione.


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