Lavori Pubblici

Cresme: Senza edilizia non ripartono domanda interna e lavoro

Lorenzo Bellicini

Per produrre velocemente una scossa sulla domanda interna e sull'occupazione, secondo il direttore del Cresme Lorenzo Bellicini, il governo Renzi non avrà altra scelta che scommettere parte delle sue cartucce (e risorse) nelle infrastrutture

La crisi che il nostro paese sta vivendo è una crisi di domanda interna e di lavoro. La domanda che qui pongo è se può ripartire veramente la domanda interna, se può ripartire il lavoro, senza che ripartano il settore delle costruzioni e l'immobiliare. La nostra convinzione è che senza questi due settori la domanda interna non ripartirà facilmente. A sostegno di questa convinzione potremmo portare vari elementi, ma qui basta un fatto statistico oggettivo. La crisi di reddito è generata dalla pesantissima crisi del lavoro: come ci racconta l'Istat, i disoccupati in Italia sono ormai 3,2 milioni.

La disoccupazione è l'esito di due dinamiche: da un lato si riducono i posti di lavoro di chi già lavorava; dall'altro non si creano posti di lavoro per la nuova domanda. Tra il terzo trimestre del 2008 e il terzo trimestre del 2013 si sono persi in Italia 1.118.000 di posti di lavoro (nel 2008 gli occupati erano 23,5 milioni nel 2013, sono scesi a 22,4): di questi ben 430.000 posti di lavoro si sono persi nel settore delle costruzioni, che è passato dagli oltre due milioni di occupati del 2008 ai a 1.574.000 del 2013.

La caduta occupazionale ha interessato tutti i settori di attività economica: l'agricoltura ha perso 80.000 occupati, i servizi ne hanno perso 71.000, ma in particolare oltre al settore delle costruzioni, la crisi occupazionale ha colpito l'industria in senso stretto dove si sono persi 536.000 posti di lavoro. In termini percentuali le costruzioni hanno perso il 21,5% degli occupati pre-crisi, l'industria in senso stretto il 10,6%, l'agricoltura l'8,9% e i servizi lo 0,5%.

Ma c'è da dire che l'analisi delle tavole input-output ci dice che le industrie che lavorano per il settore delle costruzioni sono molte, e possiamo stimare prudenzialmente che dei 536.000 occupati persi nell'industria, almeno 200.000 lavoravano nell'indotto delle costruzioni. La stessa crisi dei servizi ha poi a che fare con il settore delle costruzioni e con l'immobiliare, basti pensare ai progettisti, agli agenti immobiliari, all'attività dei notai o alla distribuzione di materiali edilizi, sistemi e componenti utilizzati in edilizia. In sostanza si può sostenere, prudenzialmente, che più della metà della perdita di posti di lavoro è dovuta al settore delle costruzioni e all'immobiliare.

Nessun settore economico, nonostante i timidi segnali degli ultimi mesi nel comparto agricolo e in quello industriale stretto, sembra essere in grado di coprire questo vuoto rapidamente. Potrebbe invece farlo il settore delle costruzioni con una azione di rilancio degli investimenti basata sui lavori pubblici. È vero che gli incentivi fiscali per le ristrutturazioni stanno procedendo risultati interessanti, ma non bastano. Tra 2006 e 2013, considerando anche gli investimenti in fonti energetiche rinnovabili, in Italia si sono persi a valori costanti 36 miliardi di euro; nel settore tradizionale delle costruzioni, quindi senza le fonti energetiche rinnovabili, la caduta degli investimenti è stata, a valori costanti, di 51 miliardi di euro.

In breve per rilanciare l'occupazione nel settore delle costruzioni servono almeno 30 miliardi di euro in tre anni: 10 miliardi di euro all'anno in più di quello che è previsto dai programmi di spesa. In questo modo le costruzioni tornerebbero a crescere quasi del 3% nel primo anno, la crescita occupazionale sarebbe di 130.000 occupati.

L'investimento sarebbe quanto mai produttivo perché potrebbe realizzarsi in un momento in cui sta per arrestarsi la caduta, e quindi si potrebbe produrre un effetto assai importante di accelerazione e fiducia che agisce positivamente sulla timidezza dei segnali di ripresa. Inoltre l'investimento può non essere un semplice sostegno al settore, dato che nel paese vi sono priorità urgenti sulle quali si deve agire: il territorio e la sua salvaguardia, le scuole e gli ospedali da mettere in sicurezza antisismica, il patrimonio pubblico da efficientare energeticamente, nuovi programmi di rigenerazione urbana che siano in grado di moltiplicare i fondi strutturali europei e risorse private, sono tutte priorità per il paese. Non è possibile? Non ci sono le risorse? Un solo esempio: tra 2009 e 2012, nel pieno della crisi, sono stati investiti, perché sostenuti dagli incentivi, 66 miliardi di euro nel settore fotovoltaico, buona parte dei quali sono serviti ad acquistare pannelli stranieri a un costo superiore anche del 70% a quello attuale. Sul latte versato non si può piangere, ma si possono fare i conti bene su quello che si può fare ora.

Lorenzo Bellicini è direttore del Cresme


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