Lavori Pubblici

Canale di Panama, tempi lunghi nella trattativa sugli extra-costi

Ed. Ter.

L'Autorità del canale dice di non accettare la mediazione della Ue, ma l'unità del consorzio tra la spagnola Sacyr e Salini-Impregilo la costringe a trattare

Si profilano tempi lunghi per la trattativa sugli extra costi totali da 1,6 miliardi di dollari per il nuovo Canale di Panama: nel Paese centramericano i rappresentanti del Consorzio delle imprese (Gupc) guidato dalla spagnola Sacyr con Salini Impregilo al 38% stanno incontrando l'Autorità di gestione del canale (Acp), con la mediazione di Zurich, il principale 'assicuratorè dell'opera, dal valore iniziale di oltre 3 miliardi.
La minaccia da parte delle imprese di sospendere completamente i lavori rimane valida mentre, secondo fonti vicine al dossier, è esclusa la redazione di un nuovo contratto, che avrebbe tra l'altro grandi complicazioni giuridiche e tempi molto dilatati. Piuttosto si sta disegnando il metodo e le tappe per arrivare a una possibile intesa, che - dopo l'intervento della politica internazionale - potrebbe avere bisogno di giorni.

LA STUAZIONE il 20 gennaio sera
«Manca qualche centinaio di milioni di euro per trovare un compromesso», sintetizza il ministro degli Esteri Emma Bonino.
Il consorzio delle imprese guidato da Sacyr, con l'italiana Salini Impregilo al 38%, ricorda il "preavviso" che scade nelle prossime ore, mentre l'Autorità del Canale al momento non si
dice disposta a pagare la gran parte degli extra costi da circa 1,6 miliardi.
Tuttavia ci sono segnali di "scongelamento" del braccio di ferro. Di fatto Sacyr e Salini-Impregilo accettano la mediazione della Commissione Europea, che prevede il co-finanziamento degli extra-costi. Ma da Panama arriva l'ennesima doccia fredda: rispedita al mittente la proposta conciliativa. Lo stato prosegue dunque il muro contro muro.

Dopo tre settimane di braccio di ferro, si è evitato, allo scadere dell'ultimatum, il blocco dei lavori. Il tandem italo-spagnolo ha accettato la proposta del vice-presidente della Commissione Europea Antonio Tajani di condividere a metà gli extra-costi, in attesa che si pronunci un arbitro internazionale. Così facendo si garantirebbe la fine dei lavori e la certezza del rimborso, una volta che l'arbitrato avrà stabilito chi ha ragione.
A ridosso del D-day, lo spettro del minacciato blocco dei lavori rischiava di diventare realtà. In Zona Cesarini il fronte europeo offre però una mano tesa: il consorzio non blocca i lavori dando la disponibilità ad accogliere la «Proposta Tajani». È solo un rinvio, ma segna un compattamento e una posizione unitaria.
Di fronte all'ennesimo «niet» di Panama, stamattina sarà lo stesso Tajani che parlerà con il presidente di Panama, Ricardo Martinelli. Si spera di convincere il governo ad accettare la proposta: la posizione talebana di Panama appare abbastanza miope, d'altronde. Un blocco dei lavori penalizza entrambi e soprattutto il paese che vede sfumare la possibilità di incassare, già a partire dal 2015, ricchi pedaggi (si stima 2,5 miliardi di dollari l'anno che arriveranno a 6 miliardi a regime). Al canale lavorano 10mila persone e la chiusura costa 25 milioni di euro a settimana. Secondo alcuni analisti, la posizione irremovibile servirebbe a spaccare il consorzio: ma con i due costruttori ora compatti attorno alla Ue, scesa in campo come mediatore, se tira troppo la corda Panama rischia di auto-isolarsi.
A oggi la costruzione del secondo canale è ormai al 70% e tecnicamente nulla impedisce che si possa raggiungere il traguardo. C'è solo una cosa che può bloccare il progetto: la difficile situazione finanziaria a causa dei costi addizionali, causati da un problema geologico (la roccia di basalto scavata non è ri-utilizzabile per fare il calcestruzzo, come inizialmente si pensava). I costi sono stati ampiamente documentati e verificati dallo stesso committente. E in più sono stati verificati da un audit specifico effettuato da esperti indipendenti. Il nodo non è dunque se questi costi imprevisti siano reali o meno: lo scontro è su su chi debba pagarli, se il committente Panama o se i costruttori. Il consorzio non sta chiedendo profitti extra: quello che chiede è il cofinanziamento dei costi imprevisti in attesa della decisione finale, spettante a un giudice terzo. In questo modo, le risorse finanziate dall'Autorità del Canale sono completamente tutelate fino all'esito dell'arbitrato sulla responsabilità delle parti sui sovraccosti: quelle somme sono coperte da garanzie bancarie e dalle assicurazioni ottenute dal consorzio.
Nel caso non si arrivasse a nessun accordo sul finanziamento, i lavori non potranno essere conclusi nei termini previsti e si determinerà un grave ritardo, con danni per tutte le parti. Invece, un accordo consentirà di concludere i lavori nel 2015, permettendo un'immediata generazione di ricchezza per tutti i panamensi e apporterà significativi benefici a tutti coloro che, confidando nell'ampliamento del Canale nel minor tempo possibile, hanno già effettuato ingenti investimenti.
Nel fine settimana anche il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, era intervenuto sulla questione. «È una situazione stranissima - ha detto - con lavori eseguiti al 70% prendere un orientamento diverso diventa di difficile comprensione. A livello tecnico gli italiani stanno lavorando molto bene, anche la mia azienda è coinvolta. Non riesco a capire, c'é qualcosa che ci sfugge a livello politico locale».


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