Lavori Pubblici

Cina, infrastrutture e città moderne, ma il paese è ancora spaccato e l'inquinamento devastante

Paolo Emilio Signorini

Il capo dipartimento del Ministero delle Infrastrutture racconta a «Edilizia e Territorio» il suo viaggio di lavoro - Energie rinnovabili e case sociali per cercare di ridurre gli squilibri di questi anni

Il primo impatto a Pechino
Nell'ambito di un progetto formativo tra le Scuole Nazionali dell'Amministrazione italiana e cinese, una delegazione italiana ha trascorso 10 giorni in Cina all'inizio dello scorso dicembre con un programma articolato tra lezioni presso le sedi della Scuola, visite a realtà imprenditoriali e sociali, "incursioni" nella cultura tradizionale cinese.
La prima cosa che colpisce in Cina è la grandezza di tutte le cose; pensavamo che New York fosse fuori scala rispetto all'Europa ma Pechino lo è certamente di più e, guardando la grande muraglia, verrebbe da pensare che lo sia sempre stato. Anche questa esperienza formativa è stata più grande di quello che ci aspettavamo, per l'organizzazione, le risorse e la cura impiegate. La seconda cosa che colpisce è il movimento compassato che avvolge la metropoli; le masse di popolazione che arrivano dalle campagne, gli interminabili serpenti di automobili che con moto rettilineo uniforme s'intersecano nel traffico urbano, le infinite linee disegnate da treni, metropolitane e autostrade sulla mappa della città. E' un movimento slegato dallo scorrere del tempo; un'esperienza atipica per noi occidentali. La terza cosa che colpisce è il rapporto della popolazione con il sogno (come dicono i documenti ufficiali) della grande rinascita della Nazione cinese. Gli standard di vita occidentali sono sempre più conosciuti dai cinesi che viaggiano o studiano all'estero, lavorano a fianco di stranieri che usano Internet, producono beni voluttuari per i paesi ricchi. Per il momento la lunga marcia di 1,3 miliardi di persone verso il benessere sta avvenendo senza rivoluzioni, primavere digitali o secessioni, ma non è facile capire il livello di legittimazione delle politiche governative nelle regioni progredite e, ancora meno, tra la popolazione che vive nelle sterminate campagne.
Due indicatori diranno se la Cina ce la farà: l'aumento delle entrate fiscali, senza le quali servizi pubblici e sicurezza sociale non sono realizzabili, e del reddito pro capite.

Il terzo Plenum del 18° congresso del Partito Comunista Cinese
Arriviamo in Cina all'indomani del terzo plenum del 18° congresso del Partito Comunista Cinese che, a 35 anni di distanza dal varo del socialismo con caratteristiche cinesi da parte di Deng Xiaoping, certifica i successi della seconda economia e del primo paese per esportazioni e riserve valutarie del pianeta. Il peso dell'economia privata sul PIL è ormai prevalente, anche in termini di occupati nelle aree urbane, e oltre il 90 per cento dei prezzi è fissato dal mercato. Dal novembre 2001 la Cina fa parte del WTO.
Nel comunicato ufficiale del partito al termine del Plenum, si leggono i nuovi indirizzi da imprimere alle riforme: migliorare il ruolo del mercato nell'allocazione delle risorse; tra le componenti di crescita del PIL, comunque superiore al 7 per cento nelle previsioni, va assicurato maggiore spazio alla domanda interna rispetto alle esportazioni; la crescita deve prestare attenzione all'equità sociale e alla riduzione delle disparità regionali; l'utilizzo delle risorse naturali e le tecnologie impiegate nella produzione devono salvaguardare l'ambiente e perseguire il risparmio energetico; va perfezionato il sistema di tutela dei diritti di proprietà e garantita la libertà delle aziende e dei consumatori.

Sviluppo delle aree interne e questione agraria.
Come ci ricorda il primo giorno la professoressa Ma Xiaofang, la Cina non è solo Pechino e Shanghai. Nelle province occidentali del paese il livello del PIL pro capite è pari a un decimo di quello della costa orientale (quello del paese si aggira intorno al 90° posto a livello mondiale). Le regioni della costa orientale producono oltre il 70 per cento dei beni e servizi e attraggono oltre l'85 per cento degli investimenti diretti esteri. Ancora oggi, in Cina, circa 100 milioni di persone vivono con circa 1 dollaro al giorno e oltre il 10 per cento della popolazione soffre la fame cronica, anche se va riconosciuto che nel 1978 il 30 per cento della popolazione era affamata. E' nelle province centrali e occidentali che si concentrano le sacche di povertà.
Lo sviluppo delle aree interne si sta realizzando a macchia di leopardo, grazie alla scelta di alcuni grandi gruppi, prevalentemente joint venture tra imprese cinesi e straniere (auto, chimica, telecomunicazioni, cemento), di localizzare i propri stabilimenti dove la manodopera e la terra costano meno. L'insediamento di nuove realtà produttive eleva gradualmente il reddito e i consumi, come dimostra la crescente presenza delle multinazionali della grande distribuzione nelle città della Cina centrale e occidentale. Il recupero dei divari con le regioni orientali dipenderà ovviamente anche dal miglioramento dei collegamenti, obiettivo del massiccio piano infrastrutturale che il governo ha varato dai primi anni 2000 nel settore stradale, ferroviario, fluviale e aeroportuale.
La riforma del sistema agricolo, primo pilastro del socialismo di mercato avviato nel 1978, non ha consentito ai contadini di valorizzare appieno la proprietà dei mezzi di produzione, con riflessi negativi in termini di efficienza produttiva e di reddito pro capite, fermo a un terzo di quello dei residenti nelle aree urbane dal 1985. Al fine di assicurare anche ai contadini i benefici della modernizzazione, il Plenum auspica la costruzione di un mercato efficiente per lo scambio di diritti reali sui terreni. L'attribuzione della facoltà ai contadini di trasferire sia i diritti di godimento sui terreni sia, in prospettiva, quelli di proprietà sembra cruciale per fare sì che la mobilità tra campagne e città sia dettata dall'impiego efficiente delle risorse e non da strumenti di pianificazione. La mancata visita delle zone rurali è l'unico rammarico del nostro viaggio; ovvie ragioni di tempo non consentono spostamenti troppo lunghi, ma il dualismo città/campagna è una chiave di interpretazione del mutamento sociale troppo importante per essere tralasciata. E' un motivo per tornare.

Cinesi e Italiani
In aula e nel corso delle visite poniamo numerose domande, puntuali o di carattere generale dettate dalla semplice curiosità. I nostri interlocutori rispondono in modo rassicurante ma si capisce che, soprattutto per le risposte quantitative, il patrimonio statistico non li aiuta. Anche quando le domande sono scomode (la nostra Cinzia, come un giudice di X Factor, non le manda a dire), non mostrano insofferenza. Sembrano preparati alla nostra curiosità.
La prima mattina, con un gesto di cortesia, ci portano sulla tomba del gesuita Matteo Ricci morto a Pechino nel 1610 e sepolto nel cimitero di Zhalan insieme ad alcune decine di altri missionari stranieri che introdussero la cultura e la conoscenza occidentali in Cina. Quasi la metà dei missionari sepolti lì è italiana; sono colpito dalla grande forza d'animo che li ha animati e che ha gettato le fondamenta dei legami secolari tra i due paesi, sulla scia dei viaggi di Marco Polo.

Urbanizzazione e inquinamento
Dopo un paio di giorni a Pechino, ci muoviamo alla volta di Tianjin. La stazione ferroviaria di Pechino, come l'aeroporto, è modernissima ed efficiente; le infrastrutture di trasporto della costa orientale sono quelle di un paese all'avanguardia, non certo in via di sviluppo. Viaggiamo con un treno ad alta velocità che ha prestazioni simili a quella italiana e, considerata la nebbia che ci accompagna, sembra proprio di essere tra Milano e Bologna.
Dall'avvio del processo di riforma nel 1978, circa 10 milioni di residenti nella campagne si sono spostati ogni anno nelle città, portando il tasso di urbanizzazione cinese da poco meno del 18 per cento a oltre il 46 per cento, comunque inferiore a quello dei paesi sviluppati. Al fine di favorire lo spostamento di crescenti quote della popolazione nelle città, si prevede la costruzione o la ristrutturazione di 36 milioni di alloggi per famiglie a basso reddito. Le costruiranno davvero tutte queste case?
Quando entriamo nel Padiglione della pianificazione urbana di Tianjin lo spettacolo di fronte a noi è degno di un film di fantascienza: un plastico immenso che riproduce un'intera città con palazzi, strade, aree verdi e servizi. La metà del plastico è già stata costruita nella realtà, mentre la restante parte lo sarà entro pochi anni. Non esiste in Occidente un luogo dove sia possibile anche solo pensare un'operazione di sviluppo urbano così imponente.
Infrastrutture di rete e di trasporto pubblico locale moderne ed efficienti, unitamente a nuovi quartieri e servizi urbani, sono la cornice pronta ad accogliere i lavoratori provenienti dalle campagne. Affinché i flussi migratori siano consistenti e stabili, occorrono altre due condizioni: posti di lavoro e accesso alla rete di sicurezza sociale. In assenza di tali garanzie – certamente molto costose per l'erario - i contadini che perdono il lavoro in città tendono a tornare al villaggio grazie al diritto di rivendicare il terreno momentaneamente affittato ad altri. Come illustrato in un precedente articolo su questo giornale, fino a quando la pur modesta rete di sicurezza sociale dei lavoratori migranti si baserà sui terreni nei paesi di origine, il processo di urbanizzazione procederà a singhiozzo.
Lo sviluppo sostenuto dell'economia cinese è avvenuto purtroppo a scapito dell'inquinamento, soprattutto nelle grandi megalopoli dove l'aria è pesante e molto secca. Le principali cause sono note: impianti di riscaldamento alimentati a carbone, emissioni delle fabbriche e delle automobili, scarichi industriali non controllati. Nonostante i primi giorni a Pechino il tempo sia ventilato, il sole è velato dallo smog; va peggio a Shanghai, dove venerdì 6 dicembre le autorità sospendono i voli nell'aeroporto di Pudong perché l'indice d'inquinamento cittadino supera di circa 30 volte il livello raccomandato dalle organizzazioni sanitarie internazionali. La percezione che si sia ecceduto è resa evidente dalle crescenti proteste, anche di organizzazioni non profit. La censura sui temi ambientali è meno ferrea e il governo sembra intenzionato a correre ai ripari: tecnologie pulite ed energie rinnovabili fanno parte del recente piano di azione approvato dal Consiglio di Stato; Shenzhen, Pechino e Shanghai hanno attivato sistemi per la negoziazione dei permessi di emissione; per la prima volta nel 2013 le autorità hanno vietato la costruzione di nuove raffinerie a causa del mancato rispetto delle soglie di emissione da parte delle imprese richiedenti. Più preoccupante l'inquinamento delle falde acquifere e dei terreni, sul quale è più difficile avere dati affidabili.
La vera sfida per risolvere questo problema – e molti altri che vedremo durante la visita - è riuscire a superare le resistenze delle classi dirigenti a livello locale, più sensibili allo sfruttamento delle risorse naturali dei propri territori rispetto all'implementazione delle costose direttive ambientali di Pechino; "le montagne sono alte e l'imperatore è molto lontano" dice un proverbio che si rivela prezioso quanto un manuale di storia cinese.

Il signor Shao
Il Sig. Shao Wenhai, Direttore della formazione nella Scuola, è il nostro mentore durante il soggiorno in Cina. Ha un vasto bagaglio di esperienze, ama profondamente il suo paese ed è dotato di grande sensibilità. L'alternanza tra iniziative di marketing istituzionale (la visita a un distretto industriale) e uscite meno conformiste (un centro per bambini abbandonati), riflette la sua personalità e ci apre squarci inattesi sulla società cinese. E' accompagnato da 2 interpreti bravissimi e alcuni funzionari della Scuola che si occupano degli aspetti logistici. Questo team deve badare al nostro gruppo, talvolta indisciplinato; ci vuole un trait d'union e il Sig. Shao si affida a Daniela che per tutto il soggiorno spiega a loro i bisogni degli italiani e a noi le istruzioni dei cinesi.

Welfare state
Il tempo della crescita accelerata a tutti i costi è finito. Ora bisogna contemperare la crescita con l'innalzamento delle condizioni di vita del popolo cinese, tenendo conto che entro il 2035 oltre il 25 per cento della popolazione sarà sopra i 60 anni. Ne è consapevole il Plenum che, senza mezzi termini, parla di istituire un sistema di previdenza sociale giusto e sostenibile e attuare riforme in ambito sanitario.
Oggi circa il 95 per cento della popolazione è formalmente coperto da assicurazione medica di base. Il problema è che i vari sistemi assicurativi, pur essendo alimentati da contributi privati in misura inaspettata per un paese socialista, non coprono le spese delle malattie serie, soprattutto dei contadini. Gli italiani sono sensibili al tema dell'accesso alle cure per tutti e Antonio chiede "cosa succede a una persona malata che si presenta in ospedale, ma non ha soldi?" Risposta dopo qualche esitazione "viene curata". In Italia è così, in Cina restiamo con i nostri dubbi. Si capisce che il tema è doloroso, prima di tutto per loro. Le ricette del Plenum per garantire l'accesso alle cure per tutta la popolazione prevedono un aumento della quota del PIL cinese dedicata alla sanità, oggi pari al 5 percento, di cui soltanto la metà costituita da finanziamento pubblico. Inoltre, si pensa a un ruolo crescente delle strutture sanitarie private, anche straniere, come quelle ammesse di recente nella pilot free trade zone di Shanghai.
Come nel caso delle assicurazioni sanitarie, esistono sistemi pensionistici diversi per le varie fasce della popolazione (funzionari pubblici, operai, impiegati urbani e contadini) caratterizzati da livelli delle prestazioni molto sperequati. Una prima sfida è rendere effettivo il sistema di trasferimento dei benefici pensionistici dei singoli lavoratori, integrando le procedure amministrative e informatiche di una miriade di enti e amministrazioni a livello locale e centrale. Tuttavia, diversamente dall'assicurazione sanitaria, i contadini e i lavoratori emigranti non possiedono nemmeno una copertura pensionistica formale. Dagli anni '90, il governo ha quindi favorito il passaggio da un sistema a ripartizione a quello di tipo misto ma i livelli di contribuzione variano molto da provincia a provincia, creando rigidità nella mobilità della forza lavoro. Considerato il persistere di un basso livello di copertura, sono state avanzate proposte integrative, come la "pensione di cittadinanza" finanziata con un prelievo fiscale nazionale, per i lavoratori che non raggiungono un reddito minimo con le prestazioni del sistema misto.
Il dualismo tra città e campagne domina anche nell'istruzione. Nelle prime, sono frequenti le situazioni di eccellenza specie nelle materie scientifiche. La letteratura recente disponibile a livello internazionale rappresenta un quadro più critico nelle campagne, dove docenti poco pagati, insegnano a ragazzi sempre a rischio di abbandono alla ricerca di un lavoro. Qual è il tasso di analfabetismo? Quanto dura la scuola dell'obbligo?domandano Melissa e Claudia. Ci rispondono che l'analfabetismo riguarda meno del 5 per cento della popolazione e che il ciclo scolastico obbligatorio di 9 anni è ormai un dato acquisito a livello nazionale. E' senz'altro vero che la Cina ha fatto passi avanti formidabili dalla metà del secolo scorso sul fronte dell'istruzione primaria, sebbene ancora oggi circa il 10 per cento degli 800 milioni di adulti analfabeti nel mondo viva in Cina. I contrasti regnano anche nella scuola superiore e all'università ma sono in atto ripensamenti. Nella progredita Shanghai l'enfasi sull'eccellenza, celebrata nei test di ammissione sempre più severi, è attenuata dalla ricerca di una maggiore coesione sociale attraverso il tutoraggio da parte delle migliori istituzioni scolastiche nei confronti delle scuole meno performanti. Nelle intenzioni del governo vanno rafforzate le scuole professionali e garantita una maggiore quota del PIL alla spesa scolastica.
Facciamo tesoro di tutte queste conoscenze teoriche acquisite in aula a Pechino e, sotto la guida del Sig. Shao, entriamo in contatto per la prima volta a Tianjin con i problemi comuni dei cittadini cinesi. Si comincia dallo sportello unico per i servizi pubblici (autorizzazioni, licenze, permessi, anagrafe): un palazzo moderno, molti impiegati pronti a sbrigare le pratiche ma, per la verità, si vedono pochi clienti. Proseguiamo con la visita a un istituto di accoglienza per bambini abbandonati, di cui molti disabili. Nell'ambito dell'Istituto i bambini ricevono un'istruzione, sono curati e fanno riabilitazione, imparano a suonare, usare il computer. Il problema dei bambini abbandonati è una piaga in Cina; quando va bene, restano affidati ai nonni nei paesi di origine perché i genitori vanno a lavorare in città, come documenta un video del 2011 che ha destato scalpore parlando addirittura di 58 milioni di bambini abbandonati in Cina (http://news.qq.com/photon/record/thestay.htm#). Pur essendo un esempio di eccellenza, la visita all'Istituto non ha avuto un obiettivo propagandistico; è stata una testimonianza senza premesse e conclusioni. Il Direttore dell'Istituto, guardando i volti emozionati di alcuni di noi, ha solo detto: "La Cina è anche questo".
Chiudiamo con la vista alle aree comuni di un nuovo quartiere di edilizia sociale. E' tutto nuovo e ordinato e anche un po' alienante, ma questo è vero di tutti gli agglomerati che nascono nelle grandi periferie delle città. Nelle sale comuni si ascolta musica, si praticano le arti cinesi (danza, Tai Chi), si organizza il dopo scuola dei bambini. Ci sono persone di tutte le età e la freddezza degli ambienti esterni è mitigata dai colori degli interni. E' il momento del viaggio nel quale si avverte più forte il retaggio della repubblica popolare. In assenza di professioni interessanti, belle case, macchine, viaggi, spettacoli o eventi, le masse soddisfano i bisogni dello spirito attraverso rituali tradizionali, in un'atmosfera di apparente armonia collettiva. Si accontentano di poco; mi auguro che raggiungano i livelli di benessere occidentali ma il loro modo di stare insieme non lascia indifferenti.

L'internazionalizzazione dell'economia cinese e il ruolo delle grandi aziende di Stato
Nel 1978, tra le riforme avviate da Deng, nascevano le cosiddette zone economiche speciali (ZES), come quella di Shenzen, dove il focus era favorire, principalmente attraverso incentivi fiscali, la produzione di beni per l'esportazione in mercati stranieri. Negli anni, accanto alle ZES, i governi locali e regionali hanno promosso lo sviluppo di distretti industriali e commerciali con incentivi economici e fiscali finalizzati ad attirare gli investimenti esteri. A Tianjin visitiamo il distretto di Wuqing dove, grazie alle efficienti infrastrutture di collegamento con la capitale, l'avanzamento del settore logistico e la dinamicità dello scalo portuale, operano più di 1000 imprese, di cui oltre il 70 per cento straniere, attive tra l'altro nel settore delle biotecnologie e farmaceutico, delle energie alternative, meccanica e componenti auto. L'ampia disponibilità di aree attrezzate rinnova il nostro stupore, assieme alla piena operatività degli uffici amministrativi responsabili per le autorizzazioni, licenze, operazioni doganali, ecc. Per toccare con mano la concretezza delle facilitazioni disponibili per un potenziale investimento nell'area, basta leggere la sezione "Answer and Questions about Investment" sul sito del distretto (http://en.tjuda.com/a/touzifuwuzhongxin/touziwenda/2010/0114/206.html).
Fino a poco tempo fa, l'apertura della Cina all'esterno è stata sostanzialmente limitata a questi ambiti; lo sviluppo dei mercati finanziari, valutari e delle commodities era avversato tra l'altro per i potenziali effetti inflazionistici di eventuali massicci afflussi di capitali stranieri. Oggi, anche per contrastare la debolezza dello yuan, si registra un allentamento dei vincoli e una maggiore apertura verso l'afflusso di capitali stranieri. Sulla scia del forte richiamo del Plenum al legame tra l'apertura e le riforme, per capire meglio il nuovo corso, lasciamo Tianjin per raggiungere con un volo interno Shanghai.
Dopo avere visitato la nuova e attrezzata sede locale della Scuola di amministrazione, andiamo alla Pilot free trade zone (PFTZ), una zona di libero scambio avviata lo scorso settembre dove, oltre a non prevedere tasse sui beni importati, lavorati ed esportati, le autorità cinesi stanno sperimentando la liberalizzazione dei tassi di interesse e dei servizi finanziari, in modo da favorire i movimenti di capitale e valutari e facilitare così l'uso dello yuan nella prospettiva della sua convertibilità. Oltre a essere consentito l'insediamento delle banche interamente possedute da capitali esteri, qualificate imprese straniere potranno vendere e negoziare proprie azioni nell'ambito di un'apposita piattaforma all'interno della PFTZ. Le misure previste per la PFTZ potranno essere estese, con gradualità e sulla base dei futuri riscontri, ad altre regioni della Cina.
Nella nuova zona, gli investitori stranieri potranno avviare la propria attività, sulla base di soli oneri di reporting, in tutti i settori non inclusi nella cosiddetta "negative list" (http://en.shftz.gov.cn/Negative%20List.pdf). L'insediamento nella zona di libero scambio è inoltre incentivato da: le agevolazioni fiscali (aliquota corporate pari al 15%, esenzioni da dazi e IVA ridotta), le procedure doganali semplificate, le piattaforme per la quotazione internazionale dei beni energetici, materie prime e prodotti agricoli, l'esternalizzazione dei servizi nei settori bio-farmaceutici, software e ITC, management consulting, elaborazione dati.
Non è facile trarre un giudizio da una visita così breve. Ottavio, l'economista del gruppo, cerca di contestualizzare la portata di queste iniziative ma, forse più che per altri temi trattati durante il soggiorno, alle domande di politica valutaria e monetaria rispondono spesso con "no comment", "non sono aspetti di mia competenza". Si capisce comunque che le autorità cinesi sono molto determinate e la zona è piena di persone e merci che la attraversano. I numeri dei prossimi due anni diranno se agli auspici seguiranno i fatti.
Gli esperimenti di mercato in aree "delimitate" servono anche per capire come intervenire sul settore della gradi aziende di Stato. Sebbene ci siano stati anche imponenti processi di ristrutturazione, come negli anni '90 quando molte imprese statali furono chiuse e alcuni milioni di lavoratori licenziati, il comparto delle partecipate statali è nuovamente sotto accusa per i privilegi di cui gode a fronte di una minore efficienza rispetto alle imprese private o straniere. Il Presidente XiJinping, pur non mettendo in discussione la proprietà pubblica delle 160 grandi imprese ora controllate, di cui oltre 70 figura nell'elenco delle 500 più importanti società del mondo, ha annunciato l'intenzione di allentare le protezioni monopolistiche di cui godono e sollecitato un maggiore orientamento ai risultati del management; l'apertura verso nuovi investitori privati di minoranza nel capitale delle società pubbliche e i piani di partecipazione azionaria dei dipendenti favoriranno il controllo sugli amministratori. Infine, va contrastata l'eccessiva dipendenza del sistema produttivo dalla disponibilità di materie prime e dal basso costo della manodopera con maggiori investimenti nei settori ad alta tecnologia.

Ritorno a casa
Visitiamo un villaggio di pescatori a 100 km da Shanghai e, con un treno ad alta velocità, in 5 ore siamo di nuovo a Pechino dove facciamo lezioni di calligrafia cinese e ceniamo in un suggestivo ristorante illuminato da una miriade di lanterne colorate. Qui ci congediamo dal Sig. Shao con una bottiglia di barolo che Giacomo è riuscito a comprare nella zona di libero scambio a Shanghai. Dopo cena, siamo ospiti dell'Ambasciatore italiano Bradanini che vuole sapere del nostro viaggio; durante la conversazione dà profondità alle nostre impressioni e ci invita a fare sistema perché le dimensioni del mercato cinese possono essere intercettate solo a livello di sistema paese. Pechino entra nel cuore perché mantiene qualcosa di autentico, è un po' come essere a casa in attesa di rientrare in Italia.


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