Lavori Pubblici

Quell'universo frammentato e (in parte) inefficiente delle aziende municipalizzate

Massimiliano Carbonaro

Rapporto Federutility sulle società a partecipazione o a controllo pubblico: solo le Spa che gestiscono energia, gas, acqua e rifiuti staccano dividendi agli enti azionisti

Non tutte le società municipalizzate sono uguali o possono essere messe sullo stesso piano. È quanto ha voluto dimostrare Federutility durante il convegno "Le Utilities al governo: distinguere i veri servizi pubblici dalle altre aziende partecipate dai Comuni".

Una ricerca condotta da Fondazione Utilitatis ha messo mano all'interno delle numerose società pubbliche, dallo studio si è evidenziato che mentre quelle che si occupano di servizi pubblici locali (acqua, energia, gas e rifiuti) rappresentano solo il 29% delle partecipate (dato 2011) realizzano una produzione di oltre 40 miliardi e utili per gli enti locali pari a oltre 604 milioni, le altre numerose società in cui le amministrazioni sono bulimicamente entrate hanno sommato perdite per 107 milioni. Eppure non mancano i problemi soprattutto nel settore idrico.

Il mondo delle partecipate raccoglie 3.819 aziende alle quali si aggiungono 2.700 municipalizzate controllate direttamente, segno di una parcellizzazione gigantesca e localistica. «Il mondo delle partecipazioni societarie degli Enti locali - Roberto Bazzano, presidente di Federutility, in occasione dell'Assemblea annuale della federazione che riunisce tutti i gestori dei servizi idrici e buona parte delle società di distribuzione dell'energia e del gas – comprende due universi completamente diversi tra loro, come le società strumentali e le imprese di gestione di servizi pubblici. Bisogna fare chiarezza ed evitare generalizzazioni».

L'allarme di Federutility è per il ritardo però nell'industrializzazione dei servizi rimasti spesso confinati all'interno del perimetro comunale. La situazione peggiore è nel comparto acqua (tra opere inadeguate, manutenzione e aggiornamento tecnologico necessario, inefficenze degli impianti) mentre per quanto riguarda l'energia viene considerato un settore maturo. Sul fronte idrico invece sui 92 Ato istituiti 19 non hanno mai affidato il servizio. «L'effetto di questa situazione – ha sottolineato Federutility – è la sopravvivenza di realtà gestionali incapaci di accedere al mercato del credito e di realizzare gli investimenti necessari a garantire un servizio in linea con gli standard nazionali e comunitari».

Certo gli investimenti sull'acqua sono passati da 17 euro per abitante come avveniva negli anni Novanta a quasi il doppio attuale, ma è insufficiente. Si calcola che deficit infrastrutturale è tale che richiederebbe investimenti per 84 euro per abitante con una previsione per i prossimi trent'anni di investimenti per oltre 65 miliardi pari a una media annuale di 2,2 miliardi di euro. In particolare, si stima che il 45% andrebbe destinato a nuove opere e per il 55% a rifacimento di reti e impianti. La ricerca evidenzia poi che al crescere dell'aggregazione delle gestioni, si incrementi mediamente il livello di investimento raggiunto. Tuttora, però ci sono ancora circa 1.200 operatori di cui oltre 850 Comuni che gestiscono in economia almeno parte dei servizi idrici (dato comunque non definitivo).


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