Lavori Pubblici

Fondi Ue 2007-13, otto miliardi di spesa a rischio a causa del Patto di stabilità interno

Alessandro Arona

La legge di Stabilità non contiene l'allentamento chiesto dal Ministro Trigilia, e secondo i calcoli dell'Ance questo impedirà di spendere 8 dei 24,5 miliardi di interventi che devono essere finiti entro il 2015

Una spesa di circa 8 miliardi di euro sui programmi europei 2007-2013 resterà bloccata nel prossimo biennio (l'ultimo della programmazione in corso, 7+2 anni) se il governo italiano non cambiera l'attuale impostazione della legge di Stabilità, che non solo non amplia il raggio d'azione del Patto di stabilità interno delle Regioni, ma lo inasprisce ulteriormente di 4,5 miliardi di euro nel triennio 2014-2016. I calcoli e le stime vengono dalla Direzione Affari economici e Centro studi dell'Ance.

Oggi il ministro della Coesione Carlo Trigilia presenterà l'Accordo di partenariato, le linee guida della programmazione dei fondi europei 2014-2020 (29 miliardi da Bruxelles, 23,5 dallo stato italiano e 4,7 dalle Regioni, per un totale di 56 miliardi di euro), da inviare alla Commissione per poi elaborare i programmi nazionali (Pon) e regionali (Por). Ma la vera, immediata, emergenza, è sulla vecchia programmazione, quella 2007-2013, sulla quale l'Italia (Ministeri, Regioni, Comuni, società pubbliche statali) è in drammatico ritardo: all'ultimo monitoraggio, a fine ottobre, la spesa certificata era ancora al 47,5% del totale, 22,7 miliardi di euro su 49,5 totali, a quasi sette anni dall'avvio del ciclo (nel 2007) e a soli due anni e due mesi dalla sua definitiva conclusione, il 31 dicembre 2015.
I programmi la cui spesa non potrà essere certificata entro quella data perderanno il finanziamento europeo (che è in media il 43% del totale, abbassato dal 53% originario dopo il Piano azione coesione del 2011-2012).
Se saranno rispettati i target di spesa al 31 dicembre di quest'anno, 25 miliardi di euro, resteranno da spendere in due anni, 2014-2015, circa 24,5 miliardi di euro (l'Ance calcola che in media il 45% della spesa prevista nei programmi riguarda edilizia e infrastrutture).
Ebbene, visti i tetti di spesa imposti dal Patto di stabilità interno alle Regioni nei prossimi due anni, l'Ance calcola che 8 di questi 24,5 miliardi di euro non potranno essere spesi, e dunque poco meno di 4 miliardi di euro di fondi europei andranno persi.

Un evidente paradosso, sottolinea l'Ance: da una parte si evidenzia l'importanza dei fondi europei per la crescita e per lo sviluppo, e si è cercato in questi ultimi due anni, dal Ministro Barca all'attuale titolare della Coesione Carlo Trigilia, di spingere Regioni e Ministeri a centrare gli obiettivi di spesa previsti nei programmi, colmando i ritardi degli anni passati (va in questa direzione anche l'istituzione dell'Agenzia della Coesione, che dovtrà essere resa operativa entro l'aprile prossimo). Dall'altra si mettono nella legge di Stabilità vincoli tali da rendere impossibile - almeno in parte - tale risultato, secondo l'Ance per 8 miliardi su 24.

È chiaro che tale situazione deriva anche dai gravi ritardi accumulati: concentrare negli ultimi due anni, su sette, il 50% delle spesa crea evidentemente un imbuto difficile da gestire. L'Ance ricorda anche l'altro paradosso, ancora più eclatante: a sette anni dall'avvio della programmazione resta da spendere ancora il 96% (!!!) dei fondi Fas regionali: bloccati da Tremonti dal 2008 al 2011 (gli anni dell'effetto bancomat), e poi spostati in gran parte su grandi opere ancora da avviare.

Il nodo dei vincoli al Patto di stabilità interno 2014-2015 riguardano però, ad oggi, i rapporti con la Commissione europea per il rispetto del Fiscal compact. Alzare i limiti del Patto nel prossimo biennio di 3,5 miliardi nel 2014 e 4,5 nel 2015, come chiede l'Ance, significa alzare il livello del deficit/Pil , circa dello 0,2 % il prossimo anno e dello 0,3% nel 2015.

In realtà la possibilità di non contabilizzare i co-finanziamenti nazionali ai programmi europei era stata ipotizzata nella famosa lettera di Rehn e Barroso del luglio scorso, per i paesi fuori dalla procedura di deficit eccessivo e in recessione. Tuttavia la Commissione europea non è al momento intenzionata a concedere all'Italia questa flessibilità se non dimostrerà prima di aver adottato misure convincenti che permettano di rispettare l'obbligo di riduzione del debito per una quota pari a 1/20 all'anno (circa lo 0,3% dell'attuale Pil).


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