Lavori Pubblici

Mantovani, l'ex Ad Baita patteggia la pena per la frode fiscale

Franco Tanel

Il manager è stato condannato a un anno e dieci mesi di carcere e alla confisca di beni per un valore di 400 mila euro

Si è concluso con un patteggiamento il processo per un giro di false fatture per il quale era stato rinviato a giudizio insieme ad altri, lo scorso 28 febbraio, l'allora amministratore delegato di Mantovani Spa Piergiorgio Baita.
Il manager è stato condannato ieri a un anno e dieci mesi di carcere e alla confisca di beni per un valore di 100 mila euro. In realtà Baita pagherà 400mila euro perché pur di "chiudere" il patteggiamento ha accettato di farsi carico anche dei 100mila euro a testa confiscati ai tre coimputati, (l'ex direttore finanziario di Mantovani Nicolo Buson, Ambrogio Colombelli titolare della Bmc e Claudia Minutillo ad di Adria Infrastrutture) che non dispongono di beni per una simile somma. Avrà poi, se lo riterrà opportuno, la possibilità di chiedere a loro la cifra anticipata.
Per lo stessa vicenda la Mantovani aveva concordato con il fisco il pagamento tra somme dovute e multe di 6,7 milioni di euro, già versati.
La vicenda nasce da una semplice verifica fiscale alla contabilità di Mantovani. La Guardia di Finanza è incuriosita dalle decine di fatture pagate nell'arco di dieci anni alla Bmc per un valore che arriva a circa 20 milioni di euro. Fatture che secondo l'accusa sono emesse per operazioni inesistenti sia verso Mantovani che verso Adria Infrastrutture. Le indagini scoprono che la Bmc, con sede a San Marino è solo una "cartiera" come si dice in gergo. Non svolge alcuna reale attività di consulenza, ma produce solo false fatture che permettono da un lato di gonfiare i costi e dall'altro di creare fondi neri. Secondo gli inquirenti l'ideatore del meccanismo è proprio l'ex ad della Mantovani, Baita. Fin qui il quadro è quello di una frode fiscale, neppure tanto complessa: ma le indagini stanno proseguendo per capire come sono stati utilizzati questi fondi neri. Difficile credere secondo la Procura, che una azienda delle dimensioni di Mantovani (alla cui guida adesso siede l'ex questore di Treviso Carmine Damiano) abbia rischiato così per un beneficio fiscale di qualche milione di euro. Il sospetto è che il tesoretto servisse per pagare tangenti finalizzate ad assicurarsi appalti pubblici. E' la "fase due "dell'inchiesta che potrebbe riservare delle novità nelle prossime settimane.


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