Lavori Pubblici

Energia rinnovabile, il silenzioso boom delle «biomasse»: raddoppio in quattro anni

Alessandro Arona

Riutilizzo di rifiuti organici, residui legnosi, oli vegetali grezzi per la produzione di elettricità e calore: lo studio Cresme-Camera di Commercio di Roma e il manuale operativo per sviluppare i progetti in partenariato pubblico-privato

Nel campo della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili a fare clamore negli ultimi anni è stato soprattutto il fotovoltaico (si vedano i dati a pagina 20 dello studio ), passato da una produzione pressoché inesistente nel 2007 (39 GWh) ai 18.800 GWh del 2012 (elaborazioni Cresme su dati Gse), pari al 20% del totale delle rinnovabili (salite a loro volta al 23,5% dell'energia elettrica prodotta in Italia).
Poi si è parlato molto anche dell'eolico, salito in Italia dai 4.034 GWh del 2007 ai 13.900 del 2012, pari al 15% del totale di produzione elettrica da rinnovabili (in testa resta sempre l'idroelettrico, 41.900 GWh nel 2012, il 45% del totale).
Ma insieme a fotovoltaico ed eolico, in questi anni a crescere molto sono stati anche gli impianti alimentati a bioenergie (legno, rifiuti organici, biogas animale e vegetale, oli vegetali grezzi), con energia prodotta passata dai 5.257 GWh del 2007 ai 12.250 del 2012.

Una crescita, quella delle bioenergie, che non ha avuto l'attenzione mediatica di fotovoltaico ed eolico, e alla quale, proprio per questo, il Cresme e Asset Camera (l'azienda speciale della Camera di Commercio di Roma) hanno deciso di dedicare lo studio e il manuale operativo (specifico sugli impianti a biomassa in partenariato pubblico-privato) presentato il 4 novembre a Roma.

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Il raopporto Cresme-CdC fa parte di una serie di manuali operativi presentati negli ultimi due anni e dedicati al project financing (asili nido, impianti fotovoltaici, illuminazione pubblica).

A spiegare la poca notorietà del settore delle bioenergie è anche la sua natura molto composita: pluralità di fonte energetiche, pluralità di tecnologie, pluralità di utilizzi (soggetti pubblici e privati, piccoli utenti o medio-grandi impianti di produzione).

Tra le fonti energetiche ci sono ad esempio i rifiuti urbani organici, il cosiddetto "umido" della raccolta differenziata, materia prima in forte crescita in relazione alla progressiva diffusione della differenziata (da qui arriva il 20% dell'energia elettrica prodotta da fonti bioenergetiche nel 2011, 10.832 GWh, ultimo anno con dati a questo livello di dettaglio).
Poi ci sono gli impianti alimentati da altri tipi di biomasse (23%), in gran parte legnose: legna da ardere in ciocchi, legno sminuzzato (cippato) e pastiglie di legno macinato e pressato (pellet e bricchetti); molto di questo materiale proviene o può provenire dalla manutenzione dei boschi o dei parchi urbani, dunque sono residui legnosi che non sarebbero utilizzati come legno da mobili o edilizia, o legna da ardere.
Poi, tra le fonti a bioenergia, c'è il biogas (31% produzione elettrica da bioenergie), che proviene da rifiuti, fanghi biologici, deiezioni animali (sterco) e soprattutto biogas da attività agricole e forestali.
Infine i bioliquidi (oli vegetali grezzi soprattutto), il 25% dell'elettricità da bioenergia.

Molti degli impianti alimentati a bioenergie (il 39% dell'energia elettrica prodotta, nel 2011) sono di "co-generazione", cioè oltre a produrre energia elletrica sfruttano il calore prodotto dalla combustione per alimentare un sistema di teleriscaldamento (tramite una rete di tubi).

Rispetto al solare e all'eolico, che sono fonti rinnovabili senza limiti e che non producono alcun tipo di emissione o effetto collaterale sull'ambiente (salvo di tipo estetico-paesaggistico, e ovviamente al netto delle polemiche sugli incentivi pubblici eccessivi), gli impianti a bioenergie devono affrontare (in alcuni casi) il problema dell'effettiva "rinnovabilità" delle fonti e (in tutti i casi) i problemi delle emissioni.
Il primo tema riguarda in particolare le biomasse legnose, dove ovviamente l'equilibrio ambientale viene preservato se si utilizzano scarti della lavorazione vegetale o boschiva, o scarti da potatura, oppure - in Comuni ad alta percentuale boschiva - il legno utilizzato rispetta il natutrale ritmo di rimboschimento.

Circa le emissioni, il problema si pone soprattutto per gli impianti a biomassa, che producono anche polveri sottili, già molto elevate nelle aree urbane. «Il problema delle emissioni di particolato - spiega Gaetano Fasano, dirigente dell'Enea - esiste, ma può essere affrontato puntando sull'innovazione tecnologica, con incentivi selettivi che facciano crescere un'industria italiana di qualità, che su questo settore già in parte esiste».

Anche gli impianti a biogas e bioliquidi devono fare i conti con problemi di impatto ambientale (ad esempio la Regione Emilia Romagna vieta gli impianti a biogas nella zona di produzione del Parmigiano Reggiano), ma l'oggetto specifico della ricerca Cresme sono le biomasse.

In Italia il mercato pubblico dei bandi di gara per la costruzione di impianti di teleriscaldamento e a bioenergie, tra gennaio 2002 e giugno 2013, è rappresentato da 639 gare per un importo complessivo di 1,4 miliardi di euro.


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