Lavori Pubblici

Fondi europei, tagli e premialità nell'accordo per le regole 2014-20

Pierluigi Boda

Raggiunta dopo due anni di discussioni l'intesa a livello tecnico tra Consiglio e Parlamento europei: a novembre il via libera finale, poi gli accordi con gli Stati e i programmi operativi

Dopo due anni di discussioni e scontri tra Parlamento Europeo, Commissione e Consiglio, la riforma delle politiche regionali europee è vicina all'approvazione definitiva. In gioco ci sono le regole che governi, regioni e città dovranno seguire per spendere 325 miliardi di euro da utilizzare per sostenere la crescita e la coesione sociale e territoriale nel periodo 2014-2020.
Il 29 ottobre il comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio ha dato il via libera al compromesso raggiunto col Parlamento sulle ultime questioni rimaste aperte, cioè la possibilità di sospendere i fondi regionali nei Paesi in cui i governi non rispettino gli impegni di consolidamento finanziario e la creazione di una riserva di fondi con cui "premiare" il raggiungimento degli obiettivi assunti con i programmi operativi.
Due norme fortemente osteggiate dal Parlamento e dal Comitato delle Regioni.

La prima (taglio fondi per mancato rispetto del fiscal compact) perché comprometterebbe la stabilità dei piani d'investimento settennali con un grave elemento d'incertezza legato all'eventualità che, a causa di decisioni inadeguate dei governi, le regioni si vedano bloccati i fondi. Il compromesso finale attribuisce un ruolo più incisivo al Parlamento Europeo nelle procedure per il blocco dei fondi e limita al 50% la quota di pagamenti che può essere sospesa (resta invece possibile per la Commissione bloccare anche del tutto gli impegni di spesa). Dal punto di vista amministrativo, regioni e governi che dovranno programmare i fondi e stipulare i contratti, avranno il problema di introdurre procedure e clausole cautelative da attivare nell'eventualità di un blocco dei fondi deciso da Bruxelles. Una decisione che può essere adottata, ad esempio, nel caso in cui un Paese sia oggetto di una procedura di deficit eccessivo (da cui l'Italia è uscita lo scorso maggio). In altri casi, come per la correzione degli squilibri macroeconomici e la richiesta di assistenza finanziaria, la Commissione potrà invece richiedere la modifica dei programmi e degli accordi di partenariato.

Nel caso della riserva di performance, invece, l'ostilità del Parlamento e del Comitato delle Regioni era motivata dal rischio di incoraggiare governi e regioni a fissare obiettivi non ambiziosi per paura di perdere fondi, e dal fatto che si va a rallentare l'erogazione effettiva di una parte delle risorse. La verifica si svolgerà, infatti, nel 2019, e i fondi della premialità saranno erogati di fatto dal 2021.

Il rischio di uno spostamento in avanti dei pagamenti effettivi riguarda comunque tutta la nuova programmazione. Basti pensare che gli anticipi iniziali per i primi tre anni sono stati dimezzati rispetto al periodo 2007-2013 e che anche la norma "N+3", che porta da due a tre gli anni a disposizione delle amministrazioni per erogare le risorse impegnate, potrebbe contribuire a ritardare la spesa effettiva dei fondi strutturali.
Una volta che l'europarlamento avrà approvato definitivamente il bilancio 2014-2020 e i regolamenti per le politiche di coesione – nella plenaria di metà novembre – il governo e le regioni potranno contare finalmente su un quadro normativo chiaro e finalizzare l'accordo di partneriato, in cui si definisce "chi farà cosa", e i programmi operativi nazionali e regionali. L'accordo e i programmi dovranno essere negoziati con Bruxelles e dopo la loro approvazione sarà possibile avviare concretamente i piani d'investimento che in Italia mobiliteranno 29,2 miliardi di fondi europei (circa 20 miliardi per il Mezzogiorno, 7 miliardi per il centro-nord, un miliardo per Sardegna, Molise e Abruzzo) a cui si aggiungeranno fondi nazionali di cofinanziamento e del Fondo Sviluppo e Coesione per un totale di 107 miliardi.
Il lavoro di programmazione, comunque, è già cominciato. Nonostante i propositi della Commissione sul versante della semplificazione, la definizione dei nuovi programmi operativi si sta rivelando più complessa di quella dei programmi della fase precedente. La concentrazione tematica delle risorse, ad esempio, sta complicando il lavoro di pianificazione portato avanti da ministeri, regioni e comuni perché, nel tentativo di garantire che i fondi vengano concentrati su un numero limitato di priorità ad alto valore aggiunto, rischia di imbrigliare i piani di investimento, rendendo più difficile la declinazione regionale e locale delle strategie.


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