Lavori Pubblici

Decollo entro il 2013, opportunità per le imprese italiane per progetti di taglio medio

Laura Cavestri

L'iniziativa è dell'African Development Bank e punta ad accompagnare la crescita del Continente investendo in progetti pubblici e privati

Nell'affidamento dei progetti i governi africani prediligono le società, cinesi o coreane, che arrivano con copertura finanziaria già definita

Sarà costituito dall'African Development Bank entro fine anno il "Fondo Africa50". Lanciato dal presidente della Banca di sviluppo africana James Kaberuka nel maggio scorso a Marrakech, servirà ad accelerare la realizzazione di infrastrutture in tutta l'Africa (ferrovie, scuole, autostrade a pedaggio, energie rinnovabili) e ridurre l'attuale deficit di finanziamento annuo stimato in 45 miliardi di dollari Usa. Il fondo investirà sia in progetti che attireranno fondi pubblici sia su quelli (come il cavo sottomarino) che fanno appello a investitori privati e investirà, soprattutto, nei settori di trasporto marittimo, energia, acque urbane e servizi igienico-sanitari in diverse parti dell'Africa grazie a un proprio bilancio, separato da quello dell'African Development Bank, dotato di 10 miliardi di capitale.

Se l'Europa mostra colpi di tosse e fiato corto, l'Africa respira a pieni polmoni e con i proventi delle materie prime rincorre il treno degli investimenti in infrastrutture per passare dall'eredità del colonialismo al Ventunesimo secolo.

«La competizione in Africa è molto elevata – ha spiegato Francesco Ferrari, partner di Dla Piper – e non sempre le società italiane riescono a essere coinvolte in progetti di particolare importanza (probabilmente una delle poche eccezioni nel settore infrastrutture». Certo, ci sono i grandi nomi. Astaldi, Salini-Impregilo. Ma per le piccole e medie, le molte multinazionali tascabili, muoversi è difficile. «Oggi sul mercato – ha proseguito Ferrari – le uniche società che riescono a "portarsi da casa" commesse importanti sono le società cinesi, seguite da quelle indiane e sudcoreane. Che hanno di fatto "invaso" il continente africano. L'alternativa sono i finanziamenti degli stessi governi africani coinvolti dai vari progetti (notoriamente con casse piuttosto vuote) o delle istituzioni finanziarie internazionali, di cui fanno parte Banca mondiale, l'African Development Bank e la Banca europea per gli investimenti. Nonché altri fondi donors che alcuni Paesi costituiscono per finanziare iniziative in Paesi emergenti.

Tuttavia in questi casi le procedure di aggiudicazione, i parametri dei finanziamenti, le modalità di utilizzo, i vincoli a livello sociale e ambientale imposti e la tempistica molto lunga rendono le iniziative molto complesse e di lunga attuazione. In alcuni casi, poi, i governi africani preferiscono affidarsi a chi già porta con sé i necessari finanziamenti piuttosto che imbarcarsi in lunghe e complesse procedure. Meglio quindi affidarsi ai cinesi, rapidi e "autosufficienti" che andare attraverso i canali tradizionali».

Lo confermano i dati di Ernst&Young. Nel periodo 2007-2012 gli investimenti diretti esteri in Africa da parte dei Paesi occidentali sono cresciuti dell'8,4%, mentre quelli da Paesi emergenti sono cresciuti del 20,7 per cento. Se nel 2012 il livello globale degli investimenti si è contratto di circa il 18%, in Africa è cresciuto del 5% (50 miliardi che quest'anno dovrebbero diventare 56). Il Pil l'anno scorso è mediamente cresciuto del 5,5% e negli ultimi dieci anni il valore degli investimenti stranieri è triplicato, superando quota 182 miliardi di dollari.

Cosa possono dunque fare le imprese europee e italiane? «C'è un vantaggio – ha proseguito Ferrari –. Le società cinesi e indiane portano con sé anche la forza lavoro, quindi non contribuiscono alla creazione di posti di lavoro per la popolazione residente, spesso un problema essenziale per i governi locali. per questo molti governi africani stanno cercando di dare spazio anche a realtà europee capaci di assorbire la forza lavoro locale».

Banche italiane e Sace non hanno comunque la stessa forza di quelle americane, sudcoreane, inglesi e francesi. «Tuttavia, in questa fase – ha concluso Ferrari – si sta puntando meno sui "giga-progetti" e di più su progetti di piccola e media dimensione. In alcuni paesi è ancora possibile (nonostante la pressione della World Bank verso un sistema trasparente di appalti pubblici) entrare in trattativa privata con i governi locali per lo sviluppo di progetti infrastrutturali ed energetici, dove medie imprese italiane possono muoversi con maggiore flessibilità rispetto ai colossi internazionali.

Ad esempio, France Telecom e un consorzio di 16 operatori da 23 Paesi sono alla base del progetto da 700 milioni di dollari che collegherà vari Paesi dalla Francia al Sud Africa attraverso la fibra ottica "ACE", un cavo sottomarino per offrire internet veloce a Guinea Equatoriale, Guinea, Liberia, Mauritania, Sao Tome e Principe, Sierra Leone e Gambia. Ma servirà anche le Isole Canarie della Spagna, Benin, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Angola e Namibia.

«Siamo in trattativa con il governo ghanese per un'infrastruttura edilizia progettata in collaborazione con un imprenditore locale – ha spiegato Gaetano Barletta, amministratore delegato della milanese Sistedil (100 addetti e 40 milioni di euro di fatturato annuo) –. È la nostra prima esperienza all'estero. Le conoscenze sono state decisive per presentarci al governo, che poi ha apprezzato la progettualità e il coinvolgimento della piccola imprenditoria locale che le imprese asiatiche trascurano totalmente. Il governo africano ci ha chiesto il convolgimento di istituzioni bancarie italiane e abbiamo trovato in Intesa Sanpaolo il partner finanziario. Con il cantiere partiamo entro quest'anno».


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