Lavori Pubblici

Acqua, la stima dell'Autorità: servono 25 miliardi in 5 anni

Giorgio Santilli

In un documento le previsioni dell'Authority per l'energia dei fabbisogni per gli investimenti: in arrivo hydrobond, fondi rotativi e di sviluppo, certificati blu

L'Autorità per l'energia rivede al rialzo le stime dei fabbisogni di investimenti per il settore idrico. Se si aggiungono agli interventi previsti dai piani di ambito gli impianti di depurazione necessari per superare le condanne e le procedure di infrazione Ue serviranno investimenti per 19,5 miliardi per i prossimi cinque anni. Se poi si aggiunge il recupero di investimenti programmati dagli enti di ambito ma non realizzati dai gestori negli anni scorsi, il conto quinquennale sale a 25,3 miliardi.

È questa la prima novità del documento con cui l'Autorità ha avviato la consultazione finalizzata a individuare i fabbisogni di investimento del settore idrico (acquedotto, fognatura, depurazione) e gli strumenti di finanziamento. Nel documento ci sono altre due novità rilevanti. Una è di approccio generale e di principi sulla copertura dei costi degli interventi, con l'avvicinamento da parte dell'Autorità al principio del «sustainable cost recovery» in sostituzione (o in attesa della piena applicazione) del «full cost recovery» presente nelle direttive europee. In estrema sintesi, questo implica la possibilità di coprire integralmente i costi degli interventi non solo attraverso la tariffa (cui si aggiungono tasse e trasferimenti nel sistema delle "3 T") ma anche attraverso il recupero dei costi ambientali e strumenti finanziari innovativi. L'Autorità rileva (e sembra far proprio) che «da più parti si sottolinea l'opportunità che le tradizionali tre T siano integrate con altre forme di finanziamento, dal momento che l'entità degli investimenti necessari rischierebbe di rendere troppo onerose le forme di finanaziamento tipiche». Considerazioni che segnano una discontinuità forte e non potranno non far piacere anche al Forum dell'acqua che – dal referendum sulla remunerazione del capitale in avanti – ha sempre contestato l'eccessivo carico sulla tariffa dei costi per il finanziamento degli investimenti.

L'altra novità del documento dell'Autorità discende direttamente dalla precedente ed è proprio in un primo elenco di «opzioni innovative per sostenere gli interventi a tutela del patrimonio idrico». Si tratta di alcuni strumenti finanziari che vengono sommariamente definiti, in attesa di un lavoro più approfondito. Anzitutto gli hydrobond, che possono essere utilizzati su scala sia nazionale che locale e possono essere anche «etici»: saranno sottoscritti volontariamente da persone fisiche o giuridiche che dovranno avere un tasso appetibile per i sottoscrittori, meglio se garantiti per ridurne il costo e renderli più appetibili come investimento di lungo periodo. Nella versione "etica" l'hydrobond potrebbe essere destinato a finanziare investimenti con specifici obiettivi come il miglioramento della qualità ambientale. Ci sono poi i fondi rotativi, prestiti a tasso agevolato destinati alla realizzazione, con una dotazione pubblica iniziale. I fondi di sviluppo sarebbero invece alimentati con specifiche componenti tariffarie. Infine, i «certificati blu» o certificati di efficienza idrica che sarebbero acquistati obbligatoriamente dai gestori tramite la realizzazione di interventi di efficienza idrica o tramite l'acquisto sul mercato dei certificati eccedenti il limite minimo detenuti da altri gestori.

Intanto il sottosegretario alle Infrastrutture, Erasmo D'Angelis, ha riunito al ministero regioni, autorità di ambito, gestori e la stessa Authority per ricordare che l'acqua torna a essere dopo anni una delle priorità dell'agenda del Governo. «Da subito - ha detto D'Angelis - bisogna intervenire con le opere immediatamente cantierabili: parliamo di 4,8 miliardi di investimenti già pronti». Parte un tavolo tecnico per affrontate le questioni più urgenti. «L'obiettivo - ha spiegato - è far uscire il settore dall'emergenza e renderlo universale in tutto il Paese, superando il grave deficit infrastrutturale» che riguarda «un terzo del Paese, e soprattutto il sud, per acquedotti e depurazione».


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