Lavori Pubblici

Per Salini-Impregilo previsto un aumento del fatturato consolidato del 16% all'anno

Aldo Norsa

L'avventura del nuovo gruppo, che presidia 43 Paesi e occupa oltre 31 mila persone, è affascinante, ma richiede maggior trasparenza

È stato presentato il 27 giugno a Milano il piano industriale 2013-2016 del campione nazionale: il nuovo gruppo Salini-Impregilo, da 4,1 miliardi (sommando i fatturati 2012) che nasce dalla fusione per incorporazione del primo nel secondo, dopo la riuscita scalata azionaria di Pietro Salini, iniziata nell'ottobre 2011. Ed è stato scelto Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa (ormai virtuale, più londinese che milanese) per una presentazione apparentemente riservata agli operatori finanziari.

Un primo esame del documento, disponibile solo in inglese nel sito www.impregilo.it , spinge a domandarsi quanto sia campione nazionale un gruppo imprenditoriale che già oggi limita il fatturato in patria al 19%. Con uno "zoccolo duro" assolutamente inadeguato ad affrontare le incertezze dell'esportazione. E infatti i veri campioni nazionali dichiarano 63% nel mercato domestico (Vinci), 59% Bouygues, 85% Eiffage, 50% Balfour Beatty, 44% Fcc, 38% Ferrovial e 43% Royal Bam. Quote più limitate (tra i dieci gruppi europei leader) le hanno solo Acs , Skanska e Strabag, cresciute acquistando imprese in altri Paesi. Il motivo è semplice (e spiega la perdurante piccolezza anche di Astaldi e degli inseguitori). Non è stata fatta una politica di acquisti di Pmi che permetta nel mercato nazionale, in assenza di molti grandi lavori ma in presenza di una regolazione antitrust, di presidiare le diverse Regioni con opere di minori dimensioni ma diffuse nel territorio.

E infatti, nel piano citato Salini Impregilo cita quali principali opere in portafogli solo: a Milano la Tem, la Pedemontana Lombarda e la linea 4 della metropolitana, a Roma la linea Metro B (peraltro a stato di avanzamento zero). Quanto alla classifica europea, di strada da fare ne rimane: attualmente il gruppo post-fusione risulta 17° anziché 30° (retrospettivamente su dati 2012). E ancor più strada rimane da fare nel mondo perché Salini Impregilo sale, nelle classifiche di Enr, dal 98° al 58° posto per fatturato globale (retrospettivamente su dati 2011). Ma in testa alla classifica vi sono una mezza dozzina di gruppi che fatturano da venti a dieci volte di più. Il perché è presto detto: oltre al forte presidio domestico, i colossi spaziano in molti ambiti di attività, le concessioni, i servizi e, più affini alle costruzioni (peraltro includenti anche l'edilizia), l'impiantistica (industriale e di processo).

Invece il nuovo gruppo milanese-romano (a proposito: dove eleggerà la sede?) si limita alla realizzazione di infrastrutture (e grandi): specificamente – come recita il documento – ferrovie (29% del portafoglio ordini a fine 2012), dighe e impianti idroelettrici (27%), metropolitane (14%), strade e autostrade (14%). Ma non presidia l'edilizia, sebbene in passato Impregilo si sia impegnata al punto da realizzare (in verità senza soddisfazioni economiche) il grattacielo più alto: la nuova sede della Regione Lombardia. Anzi, il nuovo gruppo conferma la volontà di uscire sia dall'impiantistica ambientale che dalle concessioni energetiche cedendo Fisia, Fisia Babcock e il termovalorizzatore cinese di Pucheng facendo cassa per 155 milioni. E a proposito di introiti non da lavori, ai proventi per 187 milioni già contabilizzati in gennaio per la vendita di quel che restava della partecipazione nella concessionaria autostradale brasiliana Ecorodovias si aggiungono altri 209 milioni di indennizzi per l'annullamento del progetto Fibe (produzione di combustibile da rifiuti solidi urbani) in Campania (più 53 milioni nel 2014) che si aggiungeranno ai primi 97 milioni (pro quota) per la cancellazione del contratto per il ponte sullo Stretto di Messina.

Restando ai numeri, il piano industriale mostra ottimismo per quanto riguarda la crescita attesa. Salini Impregilo dovrebbe incrementare il fatturato consolidato del 16% all'anno: un obiettivo ambizioso (malgrado il recente acquisto da Maire Tecnimont di quote dei contratti per il terzo valico ferroviario in Liguria e per la metropolitana di Copenhagen) per più motivi: l'asfissia del mercato italiano, il fatto che cancellazioni di ordini non si possono escludere (si veda il contratto da 430 milioni "Mina de Cobre" a Panama), l'eventualità di rallentamenti e forse rescissioni in Paesi terzi a rischio politico (tre ferroviari per un totale di 2,4 miliardi in Venezuela, due idroelettrici che assommano ben 5,3 miliardi, un quarto del portafoglio ordini totale, in Etiopia). E infatti confrontando il ritmo di crescita (interna) atteso nel quadriennio dal campione italiano con quelli dei principali competitors europei (nel periodo 2009-2012) esso è almeno quattro volte tanto.

Terminando con i numeri del piano quadriennale nel 2016 il fatturato consolidato raggiungerà 7,4 miliardi, l'ebitda circa un miliardo (con un margine superiore al 13,5%), l'ebit supererà 670 milioni (con un margine superiore a 9%), il Capex (spese per capitale) varrà 325 milioni, la posizione finanziaria netta sarà positiva per 100 milioni e il portafoglio ordini raggiungerà i 26 miliardi (con acquisizioni per 7,5 miliardi nella media annua).
In conclusione l'avventura del nuovo gruppo, che presidia 43 Paesi e occupa oltre 31 mila persone, è affascinante, ma richiede maggior trasparenza (e – perché no – modestia) affinché tutto il sistema Italia delle costruzioni se ne senta coinvolto e "trascinato" con le sinergie che merita. Affinché questo non appaia un affare troppo finanziario da gestire in Borsa, ma in primis industriale, imprenditoriale e professionale.


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