Lavori Pubblici

Bomba concordato sui cantieri, edilizia primo settore per le richieste «in bianco»

Giuseppe Latour e Mauro Salerno

I timori dell'indotto: per cemento, laterizi, marmo l'incidenza sui crediti in bilancio varia tra il 2 e il 7 per cento, «ma si rischia di arrivare fino al 20-30%»

L'ultima notizia ha messo nei guai un cantiere illustre: il famoso bosco verticale progettato da Stefano Boeri a Milano. Anche la Zh construction, una delle imprese edili più importanti dell'Alto Adige, titolare dei lavori nel cantiere Isola, è entrata a far parte del club dei costruttori promotori di un concordato preventivo cosiddetto «in bianco»: la nuova formula di procedura fallimentare pilotata, introdotta in estate con il decreto sviluppo, subito ribattezzata così perché consente di bloccare le pretese dei fornitori sulla base di un'istanza semplificata.

Pensato con la lodevole intenzione di agevolare il risanamento delle imprese entrate in difficoltà a causa della crisi, il nuovo strumento è ora finito nel mirino delle critiche, perché si presterebbe a facili abusi, risultando una sorta di «scorciatoia» legale per evitare di saldare debiti e fatture. Non è un caso che sia stata la stessa Confindustria a chiederne a più riprese una revisione.

Il fenomeno si sta estendendo a macchia d'olio. Nel primo trimestre dell'anno le ammissioni alla procedura sono cresciute del 70% nel 2012. E secondo le stime effettuate da Cribis D&B (gruppo Crif) sono proprio le costruzioni – piegate da una crisi senza precedenti, acuita dai mancati pagamenti della Pa – il settore in cima alla lista. Il primato, davvero poco invidiabile, riguarda tanto i fallimenti che l'ammissione alle procedure del concordato preventivo. E porta con sé il rischio di generare un esplosivo effetto-domino sui settori dell'indotto edilizio.

I DATI
Sono 738, in linguaggio statistico più di 8 al giorno, le imprese edili dichiarate fallite nei primi tre mesi dell'anno. A voler essere ancora più precisi si tratta di 447 ditte attive nel micro-settore della costruzione di edifici e di 291 installatori. Un dato record tra i settori economici che si conferma anche volgendo lo sguardo alle imprese che hanno scelto la strada del nuovo «concordato in bianco». I dati dicono che nel 2013 almeno un costruttore al giorno (91 nei primi tre mesi) abbia avanzato e ottenuto l'ammissione alla procedura. «Attenzione – avverte Marco Preti, Ad di Cribis D&B – è importante sottolineare che quelli che abbiamo raccolto e analizzato sono concordati preventivi effettivamente aperti, cioè con la procedura finalizzata e registrata in Camera di commercio. Non sono quindi da confondere con le semplici richieste di ammissione al concordato preventivo che si presentano in Tribunale e che possono avere esito anche negativo». Cribis D&B opera un'ulteriore distinzione, dettagliando tra 55 società di costruzione di edifici, 24 installatori, 12 operatori nel campo dell'edilizia specializzata. In totale fanno, appunto 91 imprese. Dato che su base annua segna un notevole aumento del ricorso al concordato, visto che nel 2011 si era arrivati a un totale di 171 richieste e che nel 2012, quando già si era segnalato un notevole balzo in avanti, alla fine ci si è fermati a quota 211.

I TIMORI DELL'INDOTTO
I numeri dell'Aitec, l'associazione delle industrie del cemento, forniscono una prima fotografia degli effetti che stanno mettendo sul «chivalà» le imprese dell'indotto. Per il cemento, su un totale di 762 milioni di euro di crediti commerciali nel settore, circa l'1,2% è legato a soggetti che hanno avviato un concordato in bianco. Per il calcestruzzo, invece, su 2,2 miliardi di crediti commerciali l'incidenza del concordato in bianco è del 2,5 per cento. L'Andil, l'associazione delle industrie del laterizio, stima invece nel 7% l'incidenza del concordato sui suoi crediti. «Sono numeri piccoli – spiega Nicola Zampella, responsabile dell'ufficio studi di Aitec – ma vediamo il rischio di un abuso indiscriminato dello strumento».

Quello che potrebbe accadere, in concreto, lo spiega Maurizio Canfora, avvocato ed esperto della materia, che parte dagli obiettivi alla base della norma: «Il legislatore intendeva ispirarsi al chapter 11 americano, cercando di consentire alle imprese di congelare i propri debiti, pur proseguendo l'attività». Ma gli esiti, in alcuni casi, sono stati diversi, perché «la società ritiene molto conveniente cristallizzare la propria situazione debitoria, per mettersi in una posizione di forza nei confronti dei debitori, anche quando non si trova in una situazione di emergenza reale».

In sostanza, le imprese con il concordato in bianco sfruttano la possibilità di continuare a lavorare ma, allo stesso tempo, mettere la museruola ai loro creditori, costretti ad accettare lunghe dilazioni e sforbiciate dei crediti. La durata dei piani varia da tre a cinque anni e le percentuali riconosciute ai creditori possono essere molto basse, anche sotto il 40 per cento. Così la preoccupazione nella filiera dei fornitori dell'edilizia sta montando.

Flavio Marabelli, presidente onorario di Confindustria Marmomacchine, racconta: «La norma non dà risposte soddisfacenti sui crediti pregressi. Con l'attuale assetto i creditori diventano finanziatori dell'attività successiva». I debiti contratti dopo l'approvazione del concordato vengono, cioè, pagati immediatamente mentre quelli precedenti scontano condizioni assai dure. Di fatto, allora, l'impresa costringe i suoi creditori a finanziare, almeno in parte, la sua attività corrente. «Se questo succede su una quota piccola di crediti, nessun problema. Ma se si allarga di molto, le cose diventano difficili», chiosa Marabelli.

Il vicepresidente di Andil, Fernando Cuogo spiega: «La normativa è da vedere come un'opportunità e una risorsa per chi è riuscito a risollevarsi». Ma c'è un problema. «Al fianco di queste aziende hanno agito altri soggetti che hanno, per così dire, approfittato delle maglie larghe della nuova legge. Ciò ha creato danni enormi alla subfornitura, alla filiera e a chi lavora in modo corretto». Per questo motivo «la norma va sicuramente modificata per evitare casi di imprese leste ad approfittare». Perché, spiegano anche dall'Atecap, l'associazione dei produttori di calcestruzzo preconfezionato, «i fornitori stanno diventando le finanziarie delle imprese di costruzioni».

Le previsioni che molte associazioni della filiera sussurrano lontano dai microfoni, a questo proposito, sono preoccupanti. Il timore è che l'incidenza del concordato possa salire in modo esponenziale nei prossimi mesi, raggiungendo il 20 o il 30% del totale dei crediti. E l'andamento delle domande nei tribunali italiani fa pensare che siano timori fondati. A quel punto le conseguenze sarebbero pesanti e simili, in qualche modo, a quello che le imprese di costruzioni stanno scontando con i ritardati pagamenti della pubblica amministrazione.


© RIPRODUZIONE RISERVATA