Lavori Pubblici

Bloccato dalla burocrazia l'80% delle opere, nel cassetto ancora 39 miliardi

Giorgio Santilli e Massimo Frontera

Studio dei costruttori: a 11 dalla legge obiettivo realizzato solo il 10% delle opere. Erogati solo 27 dei primi 358 milioni per il piano scuole. Pesano progettazioni carenti, fondi incerti, la complessità delle norme e competenze poco chiare tra i diversi gradi di governo

Il piano contro il dissesto idrogeologico ha fondi per 750 milioni, riconfermati nel gennaio 2012, ma arriverà al prossimo giugno solo al 16% dell'attuazione per un groviglio di procedure regionali e locali che frenano anche gli interventi più urgenti. Il programma per i depuratori, per cui abbiamo una sventagliata di procedure di infrazione dalla Ue, vale 1.819 milioni ma quest'anno non andrà oltre il 33-35%, nonostante gli interventi siano programmati da anni. Per le scuole è in programma da tre anni un fondo dell'ordine dei due miliardi ma i finanziamenti restano fermi e nessuno li spende: per il primo stralcio di 358 milioni, lanciato nel 2010, sono stati erogati finora 27 milioni. Meno dell'8%.

Inutile parlare delle grandi opere: a undici anni dall'approvazione della legge obiettivo, le opere completate sono il 10%, come testimonia lo studio recente della Camera dei deputati e dell'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici. Undici anni di un percorso di guerra che è passato per bocciature degli enti territoriali, cambiamenti progettuali, opposizione delle popolazioni locali, guerre fra ministeri, valutazioni di impatto ambientale negative. Ma quello che vale per le grandi opere vale anche per quelle piccole. Con rare eccezioni, da qualunque parte lo si giri, tutti i programmi infrastrutturali soffrono di una lentezza estrema che ha portato ieri l'Ance a denunciare piani bloccati per 39 miliardi.

Anche quando ci sono le risorse finanziare, le opere non vanno avanti. I programmi non vanno praticamente mai oltre il 20-30% di quanto pianificato e spesso anche finanziato. A tenere incagliato l'80% di progetti e risorse sono procedure complesse, una progettazione che resta carente, un groviglio di vincoli e autorizzazioni che non hanno avuto benefici palesi dalle pure molte innovazioni in termini di conferenza di servizi. Anche le riforme incidono su un pezzetto dell'infinito percorso che dovrebbe portare l'opera infrastrutturale dal concepimento al traguardo.

Il Governo Monti ha preso di mira uno degli ostacoli più scandalosi presenti fino a un anno fa: le delibere del Cipe, cioè dell'organo che dovrebbe garantire la certezza della pianificazione degli investimenti, arrivavano in Gazzetta ufficiale anche dopo 300 giorni per le opposizioni del ministero dell'Economia e i tempi lunghi della Corte dei conti. Monti e Fabrizio Barca, il ministro per la Coesione territoriale che è segretario del Cipe, sono riusciti a ridurre questi tempi a 30-60 giorni. Un successo, il superamento di un paradosso fatto anche di furbizie, ma è solo il primo passaggio per aprire la cassa. Lo stesso Barca, con verifiche dirette sui cantieri avviati dei fondi Cipe, del vecchio Fas e dei fondi europei, ha controllato sul campo la lentezza con cui questi programmi procedono. A proposito dei fondi Ue, la recente accelerazione, avvenuta anche per i meccanismi contabili della riduzione del cofinanziamento nazionale, nel 2013 sarà alla prova dei fatti: 31 miliardi da spendere entro ottobre 2015 non lasciano più tempo per alibi e riprogrammazioni. Ora si deve marciare spediti o i fondi andranno persi.

La prossima legislatura non potrà che partire da qui, se vorrà rilanciare le infrastrutture. Ma i partiti non indicano impegni precisi per disboscare la burocrazia e accelerare le procedure, non indicano precise priorità nei programmi, non dicono dove andare a prendere le risorse. Totalmente ignorato il tema degli incentivi ai privati che vogliano finanziare piccole e grandi opere.


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