Lavori Pubblici

Débat public, Italia ultima nel confronto internazionale

Giorgio Santilli

In uno studio Segest a confronto i modelli francese, inglese, americano con il disegno di legge del Governo. Da noi solo compensazioni ex post che aumentano i costi e non risolvono i conflitti

Mario Monti ha rotto il ghiaccio: è stato il primo a parlarne da Palazzo Chigi e ad approvare un disegno di legge (per altro senza possibilità di approvarlo, a legislatura quasi finita). Per il premier il débat public è una riforma fondamentale per far ripartire le infrastrutture: se ne discuterà nella prossima legislatura. Si cerca così di recuperare il gap da altri paesi europei avanzati che da anni danno spazio alla partecipazione dei territori per accorciare i tempi e definire i costi delle opere.

L'Italia è buona ultima e oggi il confronto con il territorio, quando c'è, è faticoso, privo di regole codificate, generalmente svolto ex post (cioè attivato per un blocco generato dalle opposizioni locali) e quasi sempre basato sulle compensazioni come soluzione finale per appianare i dissensi. Lo evidenzia uno studio recente della Segest (clicca qui per scaricare il documento completo ) , una società di relazioni istituzionali che da anni opera sul territorio seguendo progetti di infrastrutture per grandi committenti, come la variante di valico e il rigassificatore off shore di Porto Viro.

Lo studio compara la situazione italiana ai modelli di riferimento europei, evidenziandone le criticità. «La compensazione – afferma la ricerca – è al momento l'unico strumento che mette in collegamento committenti e politica, ma con due conseguenze: il rapporto diventa ricatto e porta ad un aumento dei costi, anche del 25%, e dei conflitti; la costruzione resta "senza una gamba", con conseguenti proteste di chi non si fa convincere dalle compensazioni».
La direzione da prendere è tutt'altra. «Bisogna fare un salto considerando il cittadino stakeholder di questi progetti e non solo un fastidio», dice Paolo Bruschi, presidente della Segest. «I processi partecipativi sono l'unica possibilità perché un'opera venga realizzata con costi e tempi prestabiliti, risultati garantiti e contestazioni limitate».

Eppure il Ddl Monti è lontano dall'obiettivo che enuncia di avvicinare i principali modelli europei. Bruschi elenca quel che ci vorrebbe e che nel Ddl Monti non c'è. «Una riforma incisiva – dice – non potrà prescindere da alcuni aspetti fondamentali: un'autorità veramente indipendente, che abbia il rispetto di tutte le parti; avvio in parallelo all'inizio del progetto, non a scontro già in corso; semplicità di attivazione del processo, perché numeri troppo alti di firme necessarie o burocrazia troppo complessa implicano che solo i grandissimi progetti ne sarebbero toccati; durata del dibattito proporzionale alla complessità del progetto; regole, funzioni e responsabilità precise a tecnici e parti interessate, lasciando poi a mediatori professionisti il compito di far incontrare mondi che troppo spesso appaiono inconciliabili».

Il riferimento europeo per eccellenza è il modello francese istituito nel 1995 dalla legge Barnier. La commissione nazionale per il débat public è totalmente indipendente, a differenza da quella italiana che sarebbe presieduta dal Provveditore regionale alle opere pubbliche. La procedura transalpina è molto strutturata, con grande flessibilità nell'organizzazione concreta del dibattito. Vi partecipano tutti i possibili stakeholder, organizzati e no, l'esito è puramente consultivo, senza potere decisionale. Dei 65 dibattiti conclusi tra 1997 e 2011 in Francia, due terzi sono stati modificati sulla base di elementi emersi nel dibattito pubblico; i restanti sono stati cancellati o sono proseguiti ignorando le indicazioni. La commissione stima la riduzione della conflittualità per l'80%.

L'altro modello europeo, quello inglese, fondato sul Code of Practice on Consultation, ha accentuato, con una revisione del luglio 2012, le differenze dal modello francese. Indica principi generali e linee guida di cui tener conto, ma non ha valore legale. Suggerisce una tempistica flessibile, ma comunque breve, da 2 a 12 settimane. Indica come prioritaria l'attività digitale e online. È un modello generale applicabile a ogni contesto per aumentare la trasparenza e ascoltare l'opinione pubblica, a discrezione dei responsabili. tp://www.casaeclima.com/index.php?option=com_content&view=article&id=14258:crediti-verso-la-pa-rilasciate-le-prime-certificazioni&catid=1:latest-news&Itemid=50


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