Lavori Pubblici

Ora più fondi strutturali, la scommessa è di superare i 28 miliardi

Mario Monti fa la voce grossa in Europa minacciando il veto sul bilancio dell'Unione e non lo fa soltanto per scrollarsi di dosso l'immagine, nociva sul fronte interno della campagna elettorale, del leader «prescelto» dai colleghi europei e dalle istituzioni di Bruxelles. Monti sta giocando una partita sostanziale sul tavolo del bilancio Ue, sapendo che potrebbe intrecciarsi con la campagna elettorale quando, il 7-8 febbraio, tutti i riflettori saranno puntati sul Consiglio europeo chiamato a varare il bilancio 2014-2020 dell'Unione.

Non è tanto il rischio di perdere consenso qualora la trattativa andasse male per l'Italia a preoccupare il premier. Difficilmente la quota dei fondi strutturali per l'Italia - il nodo principale insieme ai finanziamenti alla politica agricola - potrà scendere sotto i 28 miliardi già "strappati" nel «negotiating box» di fine ottobre a Cipro. Anche se quell'intesa non è stata formalizzata, da lì nessuno sembra avere intenzione di tornare indietro. La vera partita, anche elettorale, del premier diventa, semmai, quella di aumentare la quota di fondi strutturali destinata all'Italia, cogliendo lui un'opportunità ghiotta in termini elettorali. Un successo sui fondi strutturali europei potrebbe oggi non lasciare indifferente l'elettorato.

Il tema non è certo di quelli immediatamente popolari, come il fisco o la casa. Ma non c'è dubbio che da larghi settori della società arriva oggi la richiesta di incrementare gli investimenti come leva fondamentale per la crescita e come traino del mercato interno. Lo chiede, per esempio, Confindustria nel suo manifesto elettorale. Lo chiede, a maggior ragione, quell'ampio settore delle costruzioni che ha visto crollare del 40% gli investimenti realizzati negli ultimi 4-5 anni. Nella difficoltà di reperire risorse pubbliche ordinarie destinate agli investimenti – che pure vanno trovate tagliando la spesa corrente – due sono le leve su cui oggi si può puntare: i finanziamenti privati (che hanno bisogno però di una robusta politica di incentivi a 360 gradi e non di spezzoni parziali di politiche come quelle varate da Monti) e i fondi strutturali europei che potrebbero garantire una spesa di 31 miliardi nei prossimi due anni e mezzo (siamo ancora nella programmazione 2007-2013) e di almeno 56 miliardi (considerando un cofinanziamento nazionale pari a quello europeo) per la programmazione 2014-2020.

Il discorso risulterebbe del tutto astratto e poco adatto a essere traslato sulla campagna elettorale se non fosse che gli ultimi mesi hanno segnato grandi successi nell'accelerazione della spesa legata ai fondi europei. Solo un anno fa nessuno si sarebbe arrischiato a promuovere nell'agone elettorale un'equazione "più fondi Ue, più investimenti" per il semplice fatto che, a fronte della disponibilità garantita da Bruxelles, quei fondi restavano bloccati, inutilizzati.

Quei fondi erano l'emblema dell'immobilismo burocratico italiano. Lo scorso dicembre – a chiusura del bilancio 2012 – 51 programmi comunitari su 52 hanno ottenuto la promozione di Bruxelles, potendo vantare accelerazioni sostanziali della spesa. Ora la rinascita di Pompei passa per i fondi Ue.


Il merito di questa riacquisita credibilità va in gran parte al ministro della Coesione territoriale, Fabrizio Barca, che è riuscito a far marciare speditamente (e in un progetto condiviso) i Governatori del Mezzogiorno. Oggi tutti sono tornati a pensare che dai fondi Ue passi la ricetta per rilanciare il Sud, sia pure con ulteriori accelerazioni di spesa e una riforma radicale della programmazione (messa in cantiere). Ma parte del merito va al predecessore di Barca, Raffaele Fitto, che quel progetto aveva ideato, e questo renderà difficile a Silvio Berlusconi contestare un eventuale rilancio di Monti in caso di successo a Bruxelles. L'azione e i risultati di Barca (apprezzato molto anche a sinistra) dà spessore alla partita di Monti: sarà difficile per chiunque contestare, fra qualche giorno, che un successo del premier sui fondi Ue potrà coincidere con un vero rilancio degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno. Al di là delle bandierine, sarebbe un successo trovare sulle politiche dello sviluppo, per una volta, non zuffe, ma larghe condivisioni bipartisan.


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