Lavori Pubblici

Decreto sviluppo e infrastrutture: altra occasione persa, resta solo il piano Clini

Giorgio Santilli

Diciamo la verità: il decreto sviluppo era l'ultima chance per dare una sistemazione complessiva alla legislazione sulle infrastrutture e sull'edilizia in una chiave funzionale allo sviluppo. Fino alla fine, invece, i freni della Ragioneria generale, le divisioni nel Governo e nella maggioranza, un'incertezza complessiva sulle priorità da percorrere fino in fondo hanno reso questo provvedimento sterile ai fini dello sviluppo. Resta qualche piccola semplificazione e buoni auspici sul futuro, come la norma che consente alle Pmi in rete di partecipare alle gare di appalto. Ma la grande sfida che il Governo aveva davanti è persa. La grande sfida – garantire il traghettamento di un pezzo importante della nostra economia dall'era dell'appalto finanziato con i soldi pubblici alla corresponsabilità del privato nella realizzazione delle infrastrutture, grandi e piccole – passa forse al futuro Governo, se non sarà troppo tardi.

Con il credito di imposta per le sole opere di importo superiore a 500 milioni ha vinto nel Governo e nel Parlamento un atteggiamento gretto e miope del rigore. È mancata una riflessione seria, tutti intorno a un tavolo a decidere quale potesse essere una politica seria per lo sviluppo infrastrutturale. Ma anche sul lato della finanza pubblica, i soliti argomenti formali. Val la pena di ricordare che il ministero dell'Economia non incasserà un euro di Iva o di Ires o di Irap dalla mancata realizzazione di queste opere. Senza un incentivo fiscale – che spalma su molti anni successivi alla realizzazione dell'opera il contributo a fondo perduto che finora occorreva per l'apertura del cantiere – il privato starà fermo: le imprese non avranno mercato, i cittadini non avranno infrastrutture. Il fisco non incasserà nulla. Lo zero assoluto, la desolazione, la morte lenta senza un disegno di futuro.

Non c'è stato il coraggio, nel Governo, di andare su una strada nuova. Non c'è stata la scelta prioritaria della crescita che il premier dice pure di aver perseguito. E il problema non è solo il freno della Ragioneria o di Via XX Settembre. Il problema è anche collegiale del Governo, nel non aver saputo presentare da subito due o tre strumenti fiscali e programmatici capaci di dare una prospettiva al settore nel breve e nel medio periodo. Si possono capire le cautele del Tesoro nel non voler dare credito a chiunque presenti un progetto e un piano economico finanziario: sul lato delle concessioni si sono viste troppe cose brutte in Italia. Ma per accedere a un credito di imposta è necessario il sì del Cipe e dello stesso ministero dell'Economia. Di troppa prudenza si muore.
D'altra parte, gli stessi ragionamenti formali si fanno sul fronte del patto di stabilità applicato agli enti locali e su quello del piano di investimenti urgenti contro il dissesto idrogeologico, che in queste ore il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, presenterà al Governo. Un'occasione di riscatto ai tempi supplementari? Forse. Ma c'è da giurare che anche stavolta le tagliole della Ragioneria porteranno a un risultato piccolo piccolo. Come per il credito d'imposta, lavarsi la coscienza dicendo che si è varato un nuovo strumento, poi inutilizzabile alla prova concreta dei fatti.


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