Lavori Pubblici

Semplificare conti e procedure è il primo passo per attirare i privati

Giorgio Santilli

Come superare lo svuotamento di tutte le politiche del territorio indotto negli ultimi 10 anni da una politica di taglio indiscriminato agli investimenti pubblici? Come passare dalle meline di bilancio "tira e molla" (prima finanzio, poi definanzio, poi blocco le delibere Cipe, poi annuncio rifinanziamenti che non arriveranno mai) perseguite prima del governo Monti a una politica responsabile che agevoli il passaggio dalla fase del debito pubblico a quella delle risorse mirate e fatte rendere grazie a partnership con i privati?

Il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, parlando al seminario dell'Ance sul piano per la manutenzione del territorio, ha ha indicato alcuni punti di svolta necessari. Il tema era, appunto, il piano nazionale sul dissesto idrogeologico che negli anni passati è stato prima enunciato, poi azzoppato, poi finanziato con 1,1 miliardi, poi definanziato per 300 milioni e (come conseguenza) bloccato nella sua attuazione. Alla fine, se ne sono perse le tracce.

Clini ha raccontato di aver avviato il percorso per rimetterlo in carreggiata e di aver intanto trasferito alle Regioni 870 milioni allo scopo. Soprattutto ha racccontato come abbia tentato di portare al Consiglio dei ministri una legge che estendesse alla prevenzione sismica e idrogeologica il bonus fiscale del 55% ma sia incorso nella bocciatura secca della Ragioneria che lo ha costretto a rinunciare (per ora). Un tema ossessivamente replicato, negli anni passati.
Il racconto di questo scontro sulle modalità di contabilizzazione è, aldilà delle tecnicalità, il vero nodo della questione. Se un intervento di prevenzione produce, durante il suo ciclo di vita, un beneficio per le casse dello Stato grazie al pagamento delle imposte generate dagli investimenti, contabilizzare solo gli effetti della misura che introduce lo sgravio finisce per paralizzare tutto. È lo stesso tema della defiscalizzazione di opere che altrimenti non si farebbero e comporterebbero quindi un incasso zero per lo Stato.

Senza l'uscita dal formalismo contabile, non ci sarà futuro per le politiche pubbliche di investimento (e di crescita), neanche nella capacità di orientare i privati a investire.
Clini ha però anche spiegato come gli 870 milioni trasferiti alle Regioni abbiano prodotto finanziamenti a pioggia di opere quasi sempre irrilevanti ai fini della prevenzione. Inoltre, il groviglio di procedure, sovrapposte, parallele, ridondanti, paralizza la stessa volontà delle amministrazioni. «In queste procedure - gli ha fatto eco il presidente degli architetti Leopoldo Freyrie - si creano gli spazi per la corruzione».

La semplificazione resta dunque la madre di tutte le battaglie. Ma meccanismi contabili semplificati (un fondo unico con finanziamenti costanti nel tempo?) e una pianificazione integrata (cabine di regia «modello Ciaccia» per il piano città?) sono gli altri due elementi senza i quali una politica per il territorio non si rimetterà in moto. Se poi - come suggerisce ancora Freyrie - si partisse subito con sperimentazioni di politiche integrate in zone urbane difficili, come si è fatto in tutta Europa, allora eviteremmo di discutere di manutenzione del territorio per altri 10 anni prima di vedere qualche risultato concreto.


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