Lavori Pubblici

In Italia 23mila scuole a rischio sismico. Clini: credito di imposta sugli interventi anti-dissesto

Mauro Salerno e Giorgio Santilli

Buzzetti: al centro della prossima campagna elettorale ci deve essere un piano keynesiano per la manutenzione del territorio: per salvare vite umane e per creare sviluppo e occupazione

In caso di terremoti o frane evitate scuole e ospedali. A rigor di logica dovrebbero essere gli edifici-rifugio, quelli più sicuri. Invece risultano tra quelli più a rischio. Un paradosso in un Paese che dal 1944 a oggi ha speso la cifra monstre di 245 miliardi di euro - 3,5 miliardi all'anno - per riparare i danni derivanti da catastrofi naturali, ritrovandosi 80 anni dopo all'anno zero della messa in sicurezza del territorio.

Quasi la metà della Penisola (il 44%) si distribuisce in aree a elevato rischio sismico interessando un Comune su tre (2.893 in totale) e 21,8 milioni di persone. Mentre le zone a elevata criticità idrogeologica occupano il 10% della superficie, riguardando l'89% del Comuni e 5,8 milioni di abitanti. Eppure terremoti, frane, alluvioni sono considerati ancora oggi eventi eccezionali cui porre riparo con meccanismi di emergenza, invece che fenomeni naturali ciclici che è possibile ridimensionare almeno nelle conseguenze con una buona politica di prevenzione sul territorio.
La mappa italiana del rischio sismico-idrogeologico è contenuta nel primo rapporto Ance-Cresme su «Lo stato del territorio italiano. Rischio sismico e edifici industriali», presentato ieri a Roma nella sede nazionale dei costruttori. I dati sono eclatanti e dimostrano come negli ultimi anni la spesa pubblica per interventi post-calamità sia esplosa: tanto che dal 2010 a oggi si contano 20,5 miliardi di euro, destinati a opere di ripristino, considerando i 13,3 miliardi quantificati per il terremoto in Emilia Romagna.

Nonostante ciò, lo stato del patrimonio edilizio e del nostro territorio rimane largamente a rischio. Basta pensare che tra gli edifici esposti a un elevato rischio sismico ci sono 24.073 scuole e 1.822 ospedali. Oltre a ben 95.044 capannoni industriali.

«Negli ultimi 20 anni - ha attaccato il presidente dei costruttori Paolo Buzzetti, commentando i risultati dello studio - il territorio è stato lasciato in uno stato di incuria eccezionale. Invece, la prima infrastruttura del Paese è la manutenzione diretta alla prevenzione del rischio sismico e idrogeologico». Inutile opporre l'alibi delle risorse. «Un falso problema - è la risposta - c'erano 2 miliardi al ministero dell'Ambiente ma sono stati destinati ad altro». Su questo punto Buzzetti inaugura un'inedita alleanza con le categorie professionali (architetti e geologi) e Legambiente.
«La priorità è politica - dice -. E per questo serve una provocazione politica: per avere i nostri voti al centro della prossima campagna elettorale ci deve essere un piano keynesiano per la manutenzione del territorio: per salvare vite umane e per creare sviluppo e occupazione».

Sulle risorse, Buzzetti ha incassato in diretta l'apertura del ministro dell'Ambiente Corrado Clini, che rilancia l'idea di bonus fiscali per gli interventi di prevenzione del rischio, coinvolgendo l'Ance nello studio dei possibili effetti economici di una misura di defiscalizzazione. «Stiamo discutendo con la Ragioneria di un'ipotesi di credito di imposta per questo tipo di interventi - ha detto il ministro -. È necessario far capire che l'impatto sui conti non va considerato solo nell'anno di concessione del bonus, ma spalmato per tutto il ciclo economico dell'intervento che viene finanziato». Clini ricorda anche che 870 milioni recuperati dal vecchio «piano Prestigiacomo» destinato al riassetto idrogeologico sono stati destinati alle Regioni, con effetti non proprio soddisfacenti. Da una parte, ha sottolineato «abbiamo assistito a una distribuzione di fondi a pioggia, tra migliaia ai piccoli interventi di respiro locale, con ritorni a breve termine legati a logiche di mandato elettorale». Dall'altra «abbiamo dovuto prendere atto di una capacità di realizzazione degli interventi molto bassa, con il rischio che i fondi finiscano per non essere utilizzati».

Per il viceministro alle Infrastrutture Mario Ciaccia la soluzione potrebbe essere quella di applicare agli interventi sul territorio la logica del piano città: «con una cabina di regia da insediare al ministero dell'Ambiente» cui affidare «il compito di selezionare, sulla base di criteri predefiniti, i progetti di intervento presentati dai Comuni». Un'idea su cui si innesta anche la proposta degli architetti. Identificare con i Comuni zone di disagio territoriale e sociale su cui innestare piani di rigenerazione capaci di integrare risanamento sismico e idrogeologico, efficienza energetica, ciclo dei rifiuti e qualità architettonica degli edifici. «Basta con le politiche (e gli incentivi) settoriali - chiude il presidente degli architetti Leopoldo Freyrie -: semplicemente non hanno funzionato».


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