Lavori Pubblici

Decreti ingiuntivi: le storie di chi porta la Pa in tribunale

Alessandro Lerbini

Ma anche con le vie legali i tempi rimangono lunghi: fino a 19 mesi per rientrare del credito

Chi l'ha già percorsa (con successo) e chi sta per intraprenderla. La strada dei decreti ingiuntivi verso la pubblica amministrazione inadempiente si sta facendo largo tra gli imprenditori edili esasperati dai continui rinvii dei pagamenti dei lavori eseguiti ma mai saldati.
Non si è curato di possibili conseguenze negative con l'ente, come l'esclusione da lavori futuri, Giampiero Vargiu, titolare della Icogen di Elmas (Cagliari), che ha fatto causa più volte alle amministrazioni e che si appresta a rifarle per altre vicende: «Intraprendere la strada dell'attacco all'ente – afferma – è stato sempre un punto debole, considerato che la pubblica amministrazione è il nostro cliente. Lo stato attuale delle cose, però, è tale che, come nel privato, se un cliente non paga bisogna aggredirlo, sia perché è lavoro ultimato e che deve essere pagato e sia perché, come amministratori, dobbiamo far presente che abbiamo fatto il possibile perché la nostra società non perda il credito maturato che, nel caso di fallimento, sarà richiesto dal curatore direttamente agli amministratori nel caso non si dimostri che si è fatto il possibile per recuperarlo».

Uno dei casi limite, andato a buon fine per l'impresa cagliaritana che si occupa dal 1979 di opere stradali, idrauliche, edili e impiantistiche, riguarda un Comune della provincia di Nuoro: «L'ente – dichiara Vargiu – mi doveva 29mila euro per un lavoro per il quale il direttore dei lavori non aveva emesso lo stato di avanzamento, quindi non avevo neanche la fattura.
Ho fatto causa con i documenti in mio possesso e il perito del tribunale ha calcolato l'ammontare del mio credito. Dopo la sentenza di vittoria è scattato il decreto ingiuntivo al Comune che non ha pagato. Il passo successivo è stato il sequestro della tesoreria del Comune e quindi il pignoramento presso la banca delle somme definite in sentenza.
L'istituto, obbligato per legge dal decreto ingiuntivo, mi ha comunicato l'importo che aveva il comune in tesoreria (erano 624.558 euro) e mi ha chiesto il calcolo degli interessi maturati dalla sentenza alla data del pagamento. Comunicato l'importo, che era arrivato 48mila euro circa, insieme al conto corrente della società, non ho fatto altro che attendere che il giudice disponesse alla banca di pagarci. L'istituto che gestiva la tesoreria ci ha comunicato, dopo aver descritto lo stato delle finanze del Comune che non pagava per il patto di stabilità, che era a disposizione per pagare la somma decisa dal giudice.».

La nota dolente arriva, anche in questo caso, da ulteriori ritardi di natura burocratica: «Per le varie lungaggini, tra la sentenza che mi ha dato ragione e l'effettivo pagamento sono trascorsi oltre 19 mesi oltre il lungo tempo nel quale ho tentato la via bonaria. Questo è stato un caso limite, ma quando ci sono stato di avanzamento e fattura emessa è tutto molto più semplice, anche se si arriva a 12-14 mesi e con le spese legali da anticipare».
«Passare per le aule dei tribunali per riscuotere i crediti non è certo la soluzione desiderata. Non me ne faccio certo un vanto – conclude Vargiu –, anzi cerco di ricorrerci meno possibile, ma sono gli obblighi di amministratore che mi impongono di percorrere le strade legali. Non possono essere le lungaggini a distoglierci dall'ottenere i risultati del nostro lavoro».

È prossimo a fare causa al Comune di Tivoli Antonio Pinca, amministratore della Nuova Fise di Galatone (Lecce), per un credito di 15mila euro per degli impianti semaforici. «Siamo stanchi di aspettare e pregare – sostiene –. Ai nostri continui solleciti o non rispondono o ci sfottono. Secondo il nostro legale ci sono le condizioni per denunciare l'ente per insolvenza fraudolenta o per truffa. Ma abbiamo questioni aperte anche in Lombardia, a Misinto, dove non ci hanno pagato neanche un euro su 450mila per un impianto fotovoltaico a causa del patto di stabilità. Ma fino all'anno scorso il Comune aveva meno di 5mila abitanti e non rientrava nei vincoli, quest'anno dicono che hanno superato questa soglia e quindi stop ai pagamenti. Con la Provincia di Lecce il lavoro per la segnaletica stradale è di 350mila euro. Qui siamo in subappalto e ci hanno certificato il credito. Ma con il factoring si aprono altre questioni come i vari balletti con la banca che alla fine ci chiede il 7%, ovvero il mio margine di guadagno».

La Nuova Fise è un'azienda radicata nel territorio che prima della crisi fatturava sette-otto milioni all'anno con la segnaletica e le barriere stradali e che adesso si attesta a tre milioni pur mantenendo lo stesso numero di dipendenti.
«Per uscire da questa situazione – dichiara Pinca – bisognerebbe sbloccare anche temporaneamente il patto di stabilità per dare un po' di ossigeno e liquidità alle imprese. Il fatto è che paradossalmente gli imprenditori oggi hanno paura di acquisire un lavoro perché per eseguirlo devono andare a farsi dare i soldi dalla banca, se ci riescono, quindi si indebitano, pagano le merci, gli operai, i contributi e le tasse per poi non incassare le fatture per colpa del patto di stabilità».
Oltre ai pagamenti, un altro fattore che incide in modo negativo è la mancanza di bandi con categoria prevalente («ormai lavoriamo solo in subappalto») e l'estrema concorrenza che porta a presentare maxisconti («sono costretto a fare anche il 50% pur di ottenere un lavoro e non rimanere fermo»).


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