Lavori Pubblici

Project bond e più fondi Bei: ecco il piano europeo per la crescita

Pierluigi Boda

Garanzie sulle obbligazioni emesse per finanziare infrastrutture e ricapitalizzazione della Bei per finanziare opere per 180 miliardi

Energia, trasporti, banda larga. L'unica cosa chiara del piano europeo per la crescita che sarà discusso dai 27 Stati membri al Consiglio informale del prossimo 23 maggio e approvato nella sessione del 28 e 29 giugno, è che su questi tre settori chiave si concentreranno presto nuovi investimenti.
Più nel dettaglio, la parola d'ordine per il settore energetico è smart grid, ovvero reti intelligenti, che consentano di allocare in modo ottimale l'energia prodotta all'interno nell'UE promuovendo e valorizzando l'apporto delle fonti rinnovabili. Per il comparto dei trasporti la priorità va alla rete ferroviaria, ai corridoi trans-europei e ai 30 progetti strategici già selezionati da quasi un decennio. Anche sul fronte banda larga, la definizione delle strategie e delle priorità è consolidata e le proposte della Commissione indicano chiari obiettivi da raggiungere entro il 2020 nell'ambito della Digital Agenda.
Si tratta di tre settori su cui negli ultimi anni si è prodotto un intenso sforzo progettuale e strategico, valorizzati anche con strumenti innovativi come il nuovo meccanismo per l'interconnessione in Europa (Connecting Europe Facility) proposto dalla Commissione per la fase 2014-2020.


NUOVO IMPULSO ALLA BEI E PROJECT BOND
Chiarite le priorità d'intervento, sul piano delle risorse la situazione è ancora in fase di definizione. Le ipotesi più probabili configurano un percorso di rilancio orientato al breve e al medio periodo in cui le prime misure sostenute dalla maggioranza degli Stati membri dovrebbero essere il potenziamento della capacità di prestito della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e il lancio dei Project Bond proposti dalla Commissione Europea lo scorso settembre. Per la BEI si studia un aumento di capitale pari a 10 miliardi di euro a carico dei governi nazionali che consentirebbe incrementare di 60 miliardi le risorse erogate nei prossimi tre anni, mobilitando investimenti per 180 miliardi. Si tratterebbe di un'inversione di tendenza dopo due anni di riduzione dei prestiti che avevano raggiunto l'apice nel 2009, con un picco di 79 miliardi. Il potenziamento consentirebbe di intensificare l'impegno a favore delle reti europee che l'anno scorso ha portato la BEI a investire in Italia 300 milioni di Euro per l'alta velocità Milano-Napoli, 240 milioni per il rigassificatore di Livorno e 70 milioni per interventi orientati alle rinnovabili e all'efficienza energetica in Sardegna.
L'altro strumento che sta raccogliendo consensi crescenti è quello dei project bonds, su cui la Commissione Europea lavora da tempo e per i quali avrebbe già riservato una garanzia di 230 milioni di euro. L'obiettivo è di attrarre investimenti privati per 4,5 miliardi di euro nei settori trasporti, energia e banda larga, con un ruolo decisivo della BEI nella gestione delle nuove obbligazioni e nel supportare l'attivazione di nuovi investimenti privati. L'esecutivo di Bruxelles conta di avere il via libera di Consiglio e Parlamento sulla proposta in occasione del "trilogo" (il negoziato tra le tre istituzioni) del prossimo 22 Maggio. Nelle intenzioni del presidente Barroso, i primi bond dovrebbero essere emessi nel corso del 2012 per finanziare progetti prioritari di interconnessione nei tre settori strategici.

PROPOSTE ANCHE SU GOLDEN RULE E FONDI STRUTTURALI
Guardando oltre questi elementi del piano la confusione e le divisioni aumentano. Sia in relazione alle misure ad impatto immediato, sia rispetto alla programmazione 2014-2020.
Per quanto riguarda l'individuazione di altri strumenti immediatamente efficaci per sostenere gli investimenti, la proposta di escludere dai vincoli del patto di stabilità la spesa per le infrastrutture a banda larga, avanzata nei giorni scorsi dal presidente del Consiglio Monti, continua a essere osteggiata da chi la considera come un prematuro indebolimento del patto fiscale in fase di ratificazione. Un'ostilità emersa anche il 14 maggio scorso in occasione del voto della Commissione economica del Parlamento Europeo (ECON), che ha bocciato un emendamento alle norme sulla governance economica dell'Unione che avrebbe aperto la strada all'esclusione degli investimenti dal calcolo del deficit ai fini del patto di stabilità.
Al contempo, sempre nell'ambito delle azioni da mettere in campo subito, si moltiplicano le proposte di intervenire sugli 82 miliardi di Euro di fondi strutturali non ancora erogati dalle autorità di gestione, per riorientarli sulle priorità del rilancio, magari aumentando ulteriormente la quota di cofinanziamento europeo in modo da alleviare l'impegno delle casse nazionali e regionali per l'implementazione dei programmi. Una rimodulazione che desta perplessità specialmente presso gli enti locali e regionali che sottolineano come le risorse in questione non siano inutilizzate ma siano allocate nell'ambito di programmi di spesa settennali in fase di realizzazione. L'Italia in questo senso ha già adottato la sua strategia di emergenza, con un'intesa tra regioni e governo e il lavoro di riprogrammazione portato avanti dal ministro Barca per accelerare la spesa.

INVESTIMENTI 2014-2020 ANCORA IN BILICO
Accanto alle priorità per l'immediato, c'è una fondamentale questione aperta che riguarda la strategia per la crescita sul medio periodo, e precisamente il bilancio dell'Unione Europea per la fase 2014-2020. Il negoziato è in corso da mesi e l'approvazione è prevista entro l'anno. La Commissione ha proposto un budget di oltre 1000 miliardi di Euro, fatto per il 95% di investimenti, chiaramente incompatibile con la richiesta di tagliare i contributi nazionali alle casse UE avanzata da diversi Stati membri. A meno di non attivare tempestivamente fonti di finanziamento alternative come la tassa sulle transazioni finanziarie o una variazione della compartecipazione IVA. Un'operazione di enorme complessità, alla luce delle posizioni espresse a questo riguardo dai diversi Stati membri. Dall'esito del negoziato dipenderà l'ammontare delle risorse europee a disposizione dell'Italia. Alla luce degli ultimi dati Eurostat sul PIL pro capite che dovrebbero essere la base per la nuova ripartizione dei fondi strutturali, il volume degli investimenti non dovrebbe discostarsi molto dal regime attuale (circa 28 miliardi a cui si aggiunge il cofinanziamento nazionale) specialmente per quanto riguarda i fondi per le infrastrutture, l'innovazione e l'internazionalizzazione delle imprese e per la riqualificazione urbana. Una voce di spesa, quest'ultima, a cui le regioni saranno chiamate a dare più spazio nel programmi operativi per il prossimo settennio, soprattutto se dovessero passare le soglie proposte dalla Commissione che prevedono per il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), l'allocazione di almeno il 5% delle risorse disponibili sullo sviluppo urbano sostenibile.

BENE BEI E BOND, MA SENZA UN BILANCIO ALL'ALTEZZA NON SI RIPARTE
Il rilancio della spesa pubblica per l'ammodernamento infrastrutturale sarà dunque il fulcro del nuovo piano europeo per la crescita. Gli Strumenti, le tempistiche e le modalità di implementazione cominceranno però a chiarirsi solo col vertice informale del 23 maggio e soprattutto alla fine di giugno, quando i governi saranno chiamati ad approvare le proposte elaborate dalla Commissione. Di sicuro il ricorso agevolato al mercato del credito è tra gli elementi distintivi dell'approccio che sta emergendo nelle recenti mediazioni tra Stati membri. Le associazioni delle imprese hanno accolto con favore l'impegno per attivare nuovi canali di finanziamento. Ma se questa scelta venisse considerata come un'alternativa allo stanziamento di adeguate risorse del bilancio europeo il rischio è di assistere ad un ulteriore rallentamento della spesa. Lo ha ribadito, in particolare, la Federazione Industria Europea delle Costruzioni (FIEC) che pur accogliendo con favore gli strumenti finanziari innovativi proposti dalla Commissione, ha ricordato in diverse occasioni che, alla luce dell'attuale stretta creditizia, questi non possono in alcun modo sostituire una politica efficace di investimenti pubblici di lungo periodo. A cominciare dal nuovo meccanismo per l'interconnessione in Europa a cui il nuovo bilancio deve garantire una dotazione finanziaria adeguata.


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