Lavori Pubblici

Imprese di costruzione, la crisi non c'è per chi va all'estero. A Libya Build l'Italia paese numero 1

Alessandro Arona

Le grandi imprese italiane sono sempre più in grado di agganciare il treno della domanda mondiale di opere publiche. Sul settimanale «Edilizia e Territorio» lo Speciale di 8 pagine

Per le imprese di costruzione italiane che lavorano all'estero la crisi non c'è. Il mercato mondiale delle infrastrutture è solidissimo, con i Paesi petroliferi e quelli in fase di crescita economica che alimentano una domanda in espansione. E le italiane se la stanno cavando piuttosto bene: consolidano aree tradizionalmente forti come il Sud America, la Romania e l'Algeria, e si espandono in Africa sub-sahariana, Paesi del Golfo Persico, Estremo Oriente, Stati Uniti, e anche India e Australia (alcuni pionieri).
Le cose sono andate male, nel 2011, solo per chi aveva già messo piede in Libia, come Maltauro, Rizzani, Ferretti international, ma soprattutto Bonatti, che aveva contratti con le major petrolifere e a causa della guerra ha subito minori ricavi per 100 milioni di euro. Il Paese nordafricano custodisce grandi potenzialità per le imprese italiane (enormi risorse petrolifere, infrastrutture ed edilizia residenziale tutte da ricostruire/costruire, vicinanza e relazioni storiche con l'Italia) ma la situazione è ancora molto instabile, e l'Ance prima di organizzare una missione nel Paese aspetta di vedere se nascerà un governo stabile dopo le elezioni del 23 giugno.
Il Sud-America resta l'area complessivamente più forte per le italiane. Accanto alle conferme delle grandi imprese in Venezuela e Argentina, si registra una crescita in Cile e Perù, e una possibilità di espansione in Colombia. In Cile e Perù Ghella esporta il suo know how nel fotovoltaico per realizzare grandi impianti a servizio di imprese e miniere.
Resta forte la presenza di Salini e Cmc in Africa sub-sahariana, dove in Nigeria crescono Rizzani De Eccher e Ferretti. Sbarcano per la prima volta in India la stessa Cmc, insieme a Edilmac e Seli: qui l'occasione, per chi sa fare tunnel e impianti idroelettrici, è il programma di dighe e impianti sull'Himalaya.
Qualche contratto arriva anche dal Brasile, e in Australia opera da oltre un anno Ghella. Ma i due Paesi, a detta delle imprese, restano complessivamente chiusi e di difficile accesso per i costruttori che vengono da fuori confine.
Le piccole e medie imprese continuano a operare in prevalenza in Romania, dove ci sono decine di Pmi che sfuggono anche a rilevazioni e monitoraggi. Tentativi di espansione sono in corso in Marocco, Croazia, Polonia, Tunisia, anche perché è diffusa la convinzione, anche da parte dei piccoli, che senza una stabile quota estera di attività le imprese vanno in crisi, causa un mercato dei lavori pubblici italiano sempre più ridotto e competitivo, e il crollo dell'immobiliare.
Parlando con alcuni di questi "pionieri" si ha tuttavia una sensazione di grande difficoltà e lentezza nella penetrazione dei mercati esteri. Nella pagina successiva raccontiamo le storie del Consorzio 131 di Sassari, della Sea di Marsciano (Perugia), della Somit di Chioggia, del Consorzio Cosint di Milano.

LE PRINCIPALI COMMESSE 2011-2012 (valori in euro)

Etiopia, centrale idroelettrica (Salini): 3,3 miliardi
Danimarca, metropolitana (Salini-Tecnimont-Seli): 1,7 miliardi
Nigeria, complesso residenziale (Rizzani De Eccher): ca. 1,5 miliardi
Venezuela, ferrovia (Impregilo, Astaldi, Ghella): 763 milioni
Russia, direzionale (Rizzani De Eccher): 500 milioni
Russia, aeroporto San Pietroburgo (Astaldi): 350 milioni (la quota 50%)
Grecia, metrò Atene (Ghella. Alstom): 344 milioni
Romania, autostrada (Condotte, Tirrena Scavi, Cossi): 265 milioni di euro
Singapore, 2 lotti metrò (Cmc Ravenna): 250 milioni
Perù, centrale idroelettrica (Astaldi): 340 milioni $ (la quota 50%)
Stati Uniti, metrò San Francisco (Impregilo): 233 milioni di $
Romania, linea ferroviaria (Pizzarotti) 180 milioni
Polonia, linea ferroviaria (Astaldi): 136 milioni (la quota 40%)
Oman, opera stradale (Astaldi): 165 milioni di $ (quota)



LA FATICA DELLE PICCOOLE IMPRESE CHE TENTANO LA VIA DELL'ESTERO: LE STORIE


I successi delle piccole e medie imprese di costruzione che hanno tentato la strada dell'estero sono molto più impalpabili di quelli delle "grandi".
Innanzitutto perché non mandano le notizie delle loro commesse alle redazioni dei giornali, come fanno le imprese strutturate, e perché lo stesso Comitato estero dell'Ance non ha mai preso l'iniziativa di monitorare a distanza di tempo i risultati delle missioni, facendo un censimento di quali Pmi hanno poi preso delle commesse.
Al di là di questo, tuttavia, dai resoconti delle stesse (poche) imprese segnalateci dall'Ance, si ha la sensazione che la strada dell'estero, per quanto considerata da molti "obbligata", non sia affatto una passeggiata.
Prendiamo la Somit, impresa di Chioggia (Venezia) specializzata in lavori marittimi (dragaggi, difesa coste, costruzione porti, banchine, argini), molto attiva nella Laguna di Venezia. Sono tre anni che tenta di penetrare nei mercati del Nord Africa (Algeria, Tunisia, soprattutto Marocco), partecipando a decine di gare; ma ancora non ha ottenuto una sola commessa. «Fatturiamo sette-otto milioni di euro l'anno – racconta il titolare Alessio Tiozzo – e da dieci anni abbiamo bilanci positivi, compreso il 2011. Stiamo lavorando, stiamo assumendo: insomma, non andiamo all'estero perché siamo alla canna del gas. Tuttavia il mercato italiano dei lavori pubblici è sempre più ridotto, guardare fuori confine è una scelta obbligata». «Personalmente non sono scoraggiato – prosegue – affrontare nuovi mercati non è semplice, i tempi di start up sono sempre lunghi. Puntiamo sul Marocco, la Tunisia, l'Algeria, ma anche la Romania e la Bulgaria. Ci appoggiamo su professionisti locali. È molto impegnativo: abbiamo speso nel 2011 50mila euro, per polizze, professionisti, viaggi. È normale fare 100 gare e non ottenere neanche una commessa. Ci crediamo ancora».
Risultati più veloci invece, in Romania, per la Sea di Marsciano (Perugia), impresa di taglia più elevata, specializzata in restauri. «Fatturiamo circa 40 milioni – racconta Roberto Umbrico, direttore commerciale – mentre il Gruppo Fincla (carpenteria metallica, sviluppo immobiliare, betonaggio, della famiglia Umbrico) ha raggiunto i 75 milioni. Siamo attivi in Romania da tre anni: l'anno scorso abbiamo fatturato nel Paese circa sei milioni di euro, quest'anno prevediamo di arrivare a 15, su un totale sempre stabile intorno ai 40. Diciamo dunque che la crescita in Romania compensa il calo sul mercato nazionale». «In Italia – spiega Umbrico – facciamo interventi residenziali e commerciali, soprattutto per le società immobiliari del gruppo, e siamo specializzati in restauro di edifici storici. È proprio sfruttando questa specializzazione che ci siamo affermati prima in Ungheria, dove compravamo palazzine da ristrutturare e dare in affitto; ora questa attività con la crisi dell'immobiliare l'abbiamo interrotta. E ora in Romania, dove vinciamo gare pubbliche da cinque-sei milioni, appunto per restauri. La cosa positiva è che qui richiedono qualifiche più elevate, c'è più selezione in base ai requisiti, dunque chi è specializzato come noi viene maggiormente premiato rispetto all'Italia. Non ci sono le gare "oceaniche" a cui siamo abituati, fatta la selezione i partecipanti sono 20-25 al massimo: imprese locali, spagnoli, tedeschi». «Ormai – racconta Umbrico – passo due settimane al mese in Romania ...».
Incoraggiante anche la storia del Consorzio 131, una ventina di imprese sarde presiedute dal presidente dell'Ance Sassari, Andrea Piredda, con un fatturato complessivo di 150-160 milioni. Il Consorzio ha tre sedi: Sassari, Milano, Doha (Qatar). Nel 2011 il Consorzio ha ottenuto nel Paese del Golfo una commessa da 16 milioni di euro per progettazione e sistemazione delle aree a verde della villa dell'Emiro. «Quella delle aree a verde e urbanizzazioni – spiega il vicepresidente, Silvio Alciator – è una delle nostre specializzazioni, che ci ha consentito di ottenere questa prima commessa. Visto come stanno le cose in Italia l'estero è una strada obbligata. Per le Pmi è però indispensabile fare squadra e puntare su lavori specialistici».
«Attualmente – prosegue Alciator – stiamo cercando contratti in Qatar, ma anche negli Emirati e in Kuwait, dove stiamo studiando (insieme ad altre imprese italiane ed estere) la partecipazione a gare pubbliche per la bonifica e risistemazione di aree bombardate ancora nel 1991».
Storia di grande fatica anche quella del consorzio Cosint di Sesto San Giovanni (Milano), cinque imprese specializzate in bonifiche, fatturato globale circa 100 milioni di euro, che da un paio d'anni sta provando la strada dell'estero. «Abbiamo provato gare in Tunisia – racconta Laura Stella, rappresentante legale – ma ora abbiamo abbandonato. Ora stiamo provando in Croazia e Romania. Tuttavia per ora non abbiamo ottenuto nessun contratto». «In ogni Paese – prosegue Stella – servono almeno 30mila euro solo per aprire una sede e fare uno start up generale avvalendosi di consulenti locali. Tuttavia all'estero, nei nostri settori e nei Paesi dove stiamo provando, ci sono il triplo delle gare che ci sono in Italia». Dunque – spiega – «vale la pena di insistere».
Resta ottimista anche Carlo Ferretti, responsabile relazioni internazionali della Ferretti International e coordinatore del Gruppo Pmi per l'estero dell'Ance (costituito due anni fa). «Sono fiducioso – dice Ferretti – Ci sono molti Paesi che possono essere interessanti per le nostre Pmi di costruzione. Negli ultimi sei mesi abbiamo fatto missioni in Polonia e Tunisia, e queste due aree, Est Europa e Nord Africa, restano quelle con maggiori possibilità per le piccole imprese. In Polonia, e ancor più in Romania, ci sono gare un po' per tutte le dimensioni. In Polonia ci siamo presentati anche con le banche italiane disposte a supportarci, e le società di progettazione».
«A luglio – spiega Ferretti – andremo in Ucraina. In Croazia c'è un piano da 14 miliardi di euro nelle infrastrutture. Circa il Nord Africa, la Libia è ancora ferma (si veda nella pagina a fronte, ndr), l'Algeria è un Paese difficile per le Pmi, mentre più interessante è il Marocco, dove ci sono gare nel settore infrastrutture e opportunità interessanti nell'immobiliare, ed è un ambiente più facile per le Pmi».


© RIPRODUZIONE RISERVATA