Lavori Pubblici

Pagamenti della Pa, cresce il disagio, partono i decreti ingiuntivi

Massimo Frontera

«Sa che succede? Che le imprese non stanno partecipando agli appalti. Chi può, sceglie di mettersi da parte». Il motivo? «L'amministrazione non paga». Vincere un appalto oggi, racconta Vincenzo Pirrone, imprenditore di Enna e delegato Ance per la Sicilia alla giornata del D-Day, snocciola un ragionamento lucido e allo stesso tempo agghiacciante. Il ragionamento è questo. Chi vince oggi un appalto pubblico ha praticamente la certezza di non venire pagato. Lavora, certo, ma si espone anche economicamente e - in questa fase congiunturale - quindi si indebolisce. Paradossale. Fino a pochi mesi fa il fenomeno dei ribassi d'asta, scatenava una concorrenza pazzesca a oggi appalto pubblicato. Ora si sta andando oltre. Se non si viene pagato è meglio restare alla finestra, perchè altrimenti il rischio è di aggravare le difficoltà. «Nel mercato degli appalti pubblico di Enna - riferisce sempre Pirrone», metà delle imprese si stanno fermando, non partecipano più alle gare».

Il rischio è di finire nella doppia morsa del credit crunch - perché le banche in questa fase non aiutano - e dei mancati pagamenti. Chi si indeboilisce entra anche nel mirino della criminalità organizzata, «pronta a ghermire prede ferite», interviene Andrea Vecchio, imprenditore di Catania, diventato un simbolo della lotta alla mafia sul terreno dei lavori pubblici. Anche la Cosedil di Andrea Vecchio è in difficoltà, come tante altre imprese in Sicilia e in Italia. «Abbiamo due milioni di crediti non pagati». La ragioni possono essere tante: «i Comuni non danno i soldi perché aspettano il trasferimenti della Regione». Le fatture non onorate della Cosedil portano la data del 2012, del 2011 e qualcuna anche del 2010.

Dal Sud al nord. Ma la crisi morde tutti, anche nella ricca Brescia, anche a Modena. «Nell'ultimo anno le imprese sono fallite proprio perché la pubblica amministrazione non paga», racconta Mario Parolini, vicepresidente del collegio dei costruttori di Brescia e titolare dell'impresa di costruzione il cui fatturato è dovuto in massima parte al mercato pubblico. Dall'impresa lombarda alla Cmb di Carpi (Modena), storica coop di Modena e bige delle costruzioni, con maxi-commesse che reggono una filiera consistente di subappaltatori, fornitori, professionisti. Ma gli gli esempi non mancano. Storie di delusione, rabbia e sofferenza.

«Su 19 miliardi di debiti alle imprese – ha detto Paolo Buzzetti, presidente dell'Associazione nazionale dei costruttori edili (Ance) – 9 miliardi riguardano le imprese del sistema Ance. Stiamo finendo di raccogliere l'equivalente di un miliardo di crediti non pagati alle imprese, per i quali partiranno decreti ingiuntivi nei confronti delle amministrazioni debitrici».
L'annuncio è stato dato nel cosiddetto D Day, l'iniziativa pubblica che si è svolta a Roma, nella sede dell'associazione nazionale di settore, e che ha visto solidali con l'Ance tutte le altre componenti della filiera delle costruzioni, inclusi i professionisti della progettazione, «che sono i primi a non essere pagati», ha ricordato il presidente degli architetti Leopoldo Freyrie.
Il ritardo nei pagamenti è arrivato a una media di nove mesi con punte di due anni
«È una questione di civiltà – ha aggiunto Buzzetti –. I cittadini non possono essere sudditi. Il ritardo nei pagamenti è arrivato a una media di nove mesi con punte di due anni, con la complicità di un artificio contabile che non ha eguali in Europa e cioè che un debito non appare come tale finché non viene pagato. La nostra è una presa di posizione dura ma attraverso meccanismi civili. Il fatto che lo Stato per primo si comporti bene è importante».
Il presidente dell'Ance è entrato anche nel merito degli ultimi provvedimenti di politica fiscale, come l'Imu: «Una misura patrimoniale sbagliata». Respinta al mittente anche l'opzione di una cessione del credito cosiddetto pro solvendo, in cui cioè l'impresa può vendere il suo credito ma resta anche il garante finale nei confronti dell'amministrazione debitrice. «Noi vogliamo essere pagati: vogliamo i soldi. Se lo Stato si comporta in questo modo, cosa faranno le altre amministrazioni?».


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