Lavori Pubblici

Brescia, Modena, Salerno, Puglia

M.Fr.

«Nell'ultimo anno le imprese sono fallite proprio perché la pubblica amministrazione non paga». A volte l'amministrazione non paga perché non ha i soldi. Ma in questo caso non paga anche se ne ha la possibilità. Lo racconta Mario Parolini, vicepresidente del collegio dei costruttori di Brescia (con delega per i lavori pubblici) e titolare dell'omonima impresa di costruzione, il cui fatturato è dovuto in massima parte al mercato pubblico, cioè appalti. «La Provincia manda in gara appalti di manutenzione, piccole cose - racconta Parolini, anche lui un creditore in attesa -; l'Ente è fra quelli che non paga per via del patto di stabilità. Dopo l'appalto si arriva alla fatturazione, ma non si rilasciano certificati di pagamento perché non c'è la copertura». «Ormai siamo andati oltre ogni possibile tempo di attesa». «È per questo che le imprese faranno i decreti ingiuntivi». E poi le banche non aiutano. «Quando l'impresa arriva alla crisi non trova una grande spalla», conclude Parolini.

In terra modenese, dove da poco è stato inaugurato il museo di Enzo Ferrari, la velocità appassiona tutti meno chi deve saldare i conti. «Abbiamo ritardi di pagamento che sono arrivati a 200 giorni», dice Carlo Zini, presidente della storica cooperativa Cmb di Carpi, un colosso della cooperazione, nella top ten dei principali gruppi italiani delle costruzioni: 565 milioni di fatturato, 870 dipendenti, maxi appalti in tutta Italia. Un big, insomma. Ma con i suoi problemi, legati ai pagamenti che non arrivano in tempo a sostenere i bilanci.
«Attenzione – corregge subito Zini –: i 200 giorni sono una media che tiene conto sia dei committenti privati, più veloci, sia di quelli pubblici, ma per quest'ultimo la media è più lunga: siamo ormai a 300 giorni». Trecento giorni, che poi sono un parente stretto di un anno.
Anche Zini partecipa e parla al D-Day, ieri a Roma, come portavoce di Lagacoop–Ancpl, tra le organizzazioni della filiera delle costruzioni che hanno aderito alla giornata di protesta organizzata dall'Ance contro i committenti pubblici che non pagano, e che annunciano azioni legali. Sceso dal palco, Zini conferma di essere favorevole alle "maniere forti", cioè ai decreti ingiuntivi, ultima risorsa di chi non cava un ragno dal buco per tutti i lavori fatti.
«Dico sì al decreto ingiuntivo – dice Zini –. Vanno fatti e li faremo». Il ragionamento è semplice.
Le imprese non sono il terminale del pagamento. Hanno la fila dei fornitori, professionisti e subappaltatori che dipendono dalla commessa. «Abbiamo degli obblighi – dice Zini –: possiamo essere noi i destinatari di decreti ingiuntivi dei nostri fornitori».

A Trinitapoli, cittadina a 20 chilometri da Barletta, Puglia, c'è l'impresa Costanzo Lupo, fondata nel 1978 appunto da Costanzo Lupo, che oggi è nei guai. "Punito" perché ha vinto un appalto del ministero della Difesa. Una ristrutturazione all'aeroporto di militare di Amendola (Foggia). Valore dell'appalto 400mila euro, il lavoro è completato al 90 per cento. Soldi avuti finora: zero. «Siamo piccoli, se a un'azienda come la mia gli togli 400mila euro...».
«Il mio contratto diceva: pagamento a 30 giorni. Sono passati 30 mesi». Costanzo Lupo racconta parlando dall'ufficio, ormai solitario, della sua impresa. «Non ce l'ho fatta. Ho dovuto licenziare i miei cinque dipendenti: cinque famiglie. Sono quattro mesi che i miei dipendenti non hanno lavoro».
La cosa è triste è che non lo avranno, nonostante che l'impresa di Costanzo Lupo abbia un portafoglio lavori potenzialmente in attivo: «Ho acquisito altri due appalti in Provincia di Foggia e nel Comune di Trinitapoli, il mio Comune; ma non posso iniziare i lavori perché non ho soldi». O meglio: i soldi che ci sono servono per pagare le spese correnti, soprattutto quelle che servono per rimanere nella legalità e nella correttezza di rapporti con la pubblica amministrazione: «Devo pagare i fornitori e devo adempiere ai pagamenti Inps e Inail se non non potrei più partecipare alle gare, perché non ho più il Durc».
Risultato? L'impresa è ferma. «Sino a 10 anni fa quando appaltavamo un lavoro la sera si festeggiava. Oggi è un lutto, perché so che si andrà incontro a fastidi», prosegue Lupo.
Il decreto ingiuntivo? «L'ho fatto. Ne ho fatti tanti finora, e senza nessun timore. Ma solo qui in zona. Bisogna farsi rispettare, ma non ho la possibilità di farlo perché non posso spendere i soldi. Attivare un decreto ingiuntivo a Roma costa, ci vuole l'avvocato. È una spesa. Ma se avessi il sostegno legale dell'Ance lo farei subito».

Chi pensa che non ci sia niente di peggio che finire nella morsa che stritola le imprese – tra credit crunch, mancati pagamenti e le porte chiuse delle banche – si deve ricredere.
C'è qualcosa di peggio: finire vittima della criminalità. Lo dice un imprenditore che – purtroppo per lui ha sperimentato sulla sua pelle la prepotenza, l'arroganza e l'intimidazione di chi vuole lucrare sugli appalti pubblici. Perché ha passato la vita a combattere la criminalità.
Andrea Vecchio, imprenditore di Catania, diventato un simbolo della lotta alla mafia dentro e fuori l'associazione dei costruttori dell'Ance, vive da anni con le guardie del corpo alle costole e nei cantieri. Lui la criminalità la denuncia e la combatte. «Ogni volta che apro un nuovo cantiere vado dalla stazione dei carabiniari più vicina e mi presento – spiega sempre – e se subisco intimidazioni le denuncio subito».
Facile a dirsi. Andrea Vecchio lo ha fatto, continua a farlo. La sua impresa – la Cosedil di Santa Venerina (Catania) continua a lavorare, e va avanti anche quando la mattina trova in cantiere i mezzi incendiati.
Il nuovo nemico delle imprese ora si chiama "mancati pagamenti". Anche la Cosedil di Andrea Vecchio è in difficoltà, come tante altre imprese in Sicilia e in Italia, a causa di accordi economici non onorati dai committenti pubblici. «Abbiamo due milioni di crediti non pagati», si sfoga Vecchio. La ragioni possono essere tante: per esempio? «I Comuni non danno i soldi perché aspettano il trasferimenti della Regione». Le fatture non onorate della Cosedil portano la data del 2012, del 2011 e anche del 2010. La imprese più strutturate resistono, tirano avanti, diversificano dove possono.
Però il meccanismo perverso si mette in moto: la pubblica amministrazione e la mafia – senza averlo pianificato – diventano alleati contro l'impresa.
«La criminalità organizzata è pronta a ghermire prede ferite», dice Vecchio.
Non sarà un caso che – come confida Vincenzo Pirrone, imprenditore di Enna e delegato Ance per la Sicilia al D-Day di ieri a Roma – le imprese stiano partecipando sempre meno agli appalti. Pirrone snocciola un ragionamento agghiacciante ma lucido: «Chi può, sceglie di mettersi da parte, non gareggia. Oggi nella provincia di Enna il 50% delle imprese fa cosi, si ferma». Il motivo? «Chi vince un appalto pubblico oggi ha praticamente la certezza di non venire pagato. Lavora, certo, ma si espone anche economicamente». Meglio allora non lavorare, aspettare, piuttosto che lavorare senza essere pagati, per finire vittima dell'Anti-Stato.


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