Lavori Pubblici

Piano Salini per Impregilo: «Puntiamo a oltre 7,5 miliardi di ricavi entro il 2015». Con la fusione ordini per 23 miliardi in 50 Paesi

Aldo Norsa

Il costruttore romano ha presentato a Milano il progetto di integrazione con Impregilo - Obiettivo è creare un «campione nazionale» in grado di sostenere più opere del valore superiore a 1 miliardo

A sei mesi di distanza dall'inizio della «scalata» Salini ha presentato il suo piano industriale per convincere in primis la comunità finanziaria ma anche gli azionisti a sostenere il suo sforzo che mira a conquistare la maggioranza assoluta. Lo ha fatto solo tre giorni prima che la stessa Impregilo presenti il suo piano strategico (che già si prevede sarà del genere «stand alone» nel segno della continuità, avendo un azionista di maggioranza determinato come il gruppo Gavio). E a breve distanza dall'assemblea del 3 maggio nella quale il gruppo delle costruzioni milanese dovrà contare quali azionisti restano fedeli a Igli e quali passano dalla parte del «newcomer» romano (a tutt'oggi giunto a possedere il 25,7% delle azioni con un esborso superiore a 250 milioni). Il piano di Salini ha molti aspetti convincenti, soprattutto dove fa leva sulle obiettive debolezze di Impregilo: la scarsa aggressività nel vincere nuove commesse nel mondo (che ne causa la progressiva riduzione di fatturato), la conseguente minima redditività nel suo «core business», l'incapacità di far fruttare la diversificazione nell'impiantistica, le insufficienti sinergie sviluppate tra costruzioni e concessioni. E i numeri sono molto chiari quando si voglia confrontare Impregilo e Salini perché denunciano l'immobilismo del primo e il dinamismo del secondo. Basta il fatturato consolidato per rivelarlo: dieci anni fa, nel 2011, Impregilo fatturava 2.468 milioni e Salini 186, che nel 2011 sono diventati rispettivamente 2.108 e 1.426, con il gruppo milanese sceso da primo a secondo in classifica e il romano salito da 18° a terzo.

È convincente come l'amministratore delegato, Pietro Salini, nell'odierna conferenza stampa a Milano ha presentato un progetto industriale che mira, all'orizzonte del 2015, a un «campione nazionale» che fatturi tra i 6,5 e i 7,5 miliardi (dai tre attuali) e un ebitda di 800-1.050 euro (dai 347 attuali, sommando i margini dei due gruppi) grazie anche a sinergie (leggasi economie di scala ed efficientamenti) per almeno 100 milioni. Un campione con una massa critica tale da potersi accollare più opere del valore di oltre un miliardo (soglia sopra la quale esse sono più redditizie). Un campione con un portafoglio ordini (in lavori) di 23 miliardi in oltre 50 Paesi, frutto delle complementarietà non solo nelle presenze geografiche ma anche nei «mestieri». Con una ripartizione del 37% in Europa/Medio Oriente/Nordafrica, del 36% in Africa, del 20% nelle Americhe e del 7% in Asia. Con particolare enfasi sui mercati in sviluppo (ovviamente quindi non la Ue) inclusi gli Usa dove le imprese nazionali hanno perso le competenze nella realizzazione di infrastrutture. Quanto alla ristrutturazione di Impregilo per una rifocalizzazione nel mestiere di base (i grandi progetti infrastrutturali) il piano industriale prevede che siano alienate le attività «non-core»: le società Fisia e Fisia Babcock («perché l'impiantistica industriale sembra simile alla costruzione civile ma non lo è») e la concessionaria autostradale brasiliana Ecorodovias («perché le concessioni "brownfield" in realtà rendono meno delle costruzioni, con cui non hanno sinergie, l'"in house" non conviene, queste gestioni hanno anch'esse i loro rischi e assomigliano nei rendimenti ai prodotti finanziari»).

Il piano prevede anche che i proventi delle alienazioni servano a riallocare patrimonio e risorse reinvestendo il capitale nel «core business» per generare ritorni maggiori, a lungo termine e sostenibili e anche («esca per gli azionisti») forse per distribuire un dividendo straordinario. In quest'operazione di convincimento a tutto campo in sede di conferenza stampa, una domanda ha avuto una risposta particolarmente astuta da parte dell'amministratore delegato. Se è vero che i 20 grandi gruppi europei che precedono in classifica la futura Impregilo-Salini non sono più caratterizzati (se mai lo sono stati) da un «marchio familiare» (non ci si faccia ingannare da un esempio in cui è rimasto il nome «eponimo», Bouygues, realtà che più diversificata non potrebbe essere), che Salini acquisterebbe l'unica vera impresa manageriale italiana (da 56 anni) e che oltretutto i due rami della famiglia fondatrice sono da lungo tempo in litigio (legale) sulla «governance», è anche vero che proprio i dissidi familiari hanno impedito le tipiche storture che assegnano posizioni di responsabilità a membri della famiglia non meritevoli ma hanno anzi favorito l'ascesa dei manager più capaci per dimostrare al ramo dissidente quanto è ben condotta la società.

La prossima puntata è la risposta del «management» di Impregilo e quella successiva la risposta del mercato. Certo questo «sasso nello stagno» è benvenuto: non solo ha rialzato i corsi di Borsa sopra l'andamento medio dei maggiori gruppi delle costruzioni europei ma ha accelerato il processo di consolidamento al vertice dell'imprenditoria italiana. Che potrebbe sfociare, se il gruppo Gavio avesse la meglio e diventasse l'unico padrone di Impregilo, anche in una successiva «crescita esterna»: non solo per fusione con Astm ma anche con Astaldi (ed eventualmente Vianini Lavori) per raggiungere proprio quei primati e quelle sinergie (nelle costruzioni) che Salini invoca.


© RIPRODUZIONE RISERVATA