Lavori Pubblici

Pagamenti, il 15 maggio l'edilizia presenta il conto

Paolo Buzzetti *

«La situazione che abbiamo denunciato oltre due anni fa, proprio perché le imprese edili sono tra quelle più esposte a questo mal costume dato lo stretto rapporto con il territorio, ogni giorno acquista contorni più drammatici e insostenibili»

La drammatica crisi economica che stiamo vivendo ormai da 4 anni ci ha portato a scelte difficili e spesso molto dolorose per il Paese. Come rappresentanti di uno dei settori chiave della nostra economia, quello delle costruzioni – 11% del Pil, 80 settori industriali collegati e circa 3 milioni di persone impiegate - ci siamo da tempo rimboccati le maniche e assunti le nostre responsabilità sul piano del rigore, dell'etica e del rispetto delle regole, per cercare tutti insieme di superare questo momento drammatico e di guardare al futuro con più fiducia. Ma a questo rinnovato impegno da parte del sistema imprenditoriale, per uscire dalle secche di una crisi globale che ha messo in luce tutte le arretratezze e le nostre lentezze storiche non è corrisposto altrettanto e adeguato impegno da parte dello Stato e delle amministrazioni pubbliche.

Il comune sentire che si fa sempre più strada tra di noi, basti pensare al dramma di quelle decine di imprenditori che in questi mesi si sono tolti la vita - dei quali quasi la metà erano del settore edile - è che a fronte di sacrifici immani che si chiedono alle famiglie e alle imprese non corrispondano poi adeguate garanzie sul piano dei diritti e delle prospettive di crescita.
Esempio emblematico di questo squilibrio tra ciò che viene chiesto e ciò che viene dato è il drammatico caso dei ritardati, se non addirittura, mancati pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche alle imprese.

La situazione che abbiamo denunciato oltre due anni fa, proprio perché le imprese edili sono tra quelle più esposte a questo mal costume dato lo stretto rapporto con il territorio, ogni giorno acquista contorni più drammatici e insostenibili.
Nel frattempo la pressione fiscale ha raggiunto livelli insostenibili - soprattutto sulla casa -, le banche hanno chiuso i rubinetti della liquidità alle famiglie e alle imprese (mutui non se ne danno praticamente più!), i soldi in bilancio per le infrastrutture sono sempre meno e i comuni per effetto del patto di stabilità non possono neanche utilizzare i soldi che hanno in cassa. Ci rendiamo conto che il rispetto dei rigidi parametri europei ci impone scelte dure e impopolari, ma il rigore deve essere accompagnato da equità e da correttezza istituzionale e sociale.
Così il sistema non tiene! Non possiamo più restare inerti di fronte alla condotta inaccettabile dello Stato che da una parte pretende grandi sacrifici e dall'altra non è disposto a onorare i propri impegni. Non possiamo tollerare di vedere chiudere le nostre imprese a una a una e i nostri operai e impiegati restare senza un lavoro, mettendo così fortemente a rischio la coesione sociale del Paese. Non possiamo più attendere oltre: la misura è colma e le risposte servono ora e non domani.

Per questa ragione e nonostante gli apprezzabili sforzi fatti finora dei Ministri competenti, con i quali abbiamo un continuo e proficuo dialogo, abbiamo deciso di promuovere un'iniziativa senza precedenti per chiedere il rispetto degli impegni presi e quindi il pagamento dei crediti.
Grazie alla rete capillare delle nostre associazioni distribuite su tutto il territorio nazionale abbiamo censito l'ammontare di questo enorme debito che le nostre imprese vantano nei confronti dello Stato. E il 15 maggio nell'ambito di un evento nazionale, che a raggiera sarà replicato in tutte le sedi territoriali del nostro sistema associativo, saranno presentati i dati di questa enorme operazione di recupero crediti, che chiameremo D-Day (laddove "D" sta per decreto ingiuntivo) che culminerà nell'invio di altrettante diffide di pagamento alle amministrazioni competenti e in ultima istanza ad altrettanti decreti ingiuntivi. Saremo dunque costretti a rivalerci per le vie legali nei confronti di quelle amministrazioni pubbliche che costringono le nostre imprese a fallire.

Si tratta di un'azione estrema della quale avremmo volentieri fatto a meno e che spero possa essere scongiurata dall'adozione di misure efficaci e concrete che portino a una soluzione pacifica di questo grave problema.

Il nostro auspicio per il futuro, inoltre, è che alla strategia del rigore e dei sacrifici si accompagni finalmente un'autentica stagione di crescita e di sviluppo. Le proposte e le idee non mancano, anche noi come industria delle costruzioni ne abbiamo messe in campo diverse, ma dobbiamo cominciare a crederci e a investirci sul serio come stanno facendo molti nostri partner europei, che da tempo hanno avviato un coraggioso piano di finanziamenti e interventi capaci di sostenere le industrie e i consumi locali. In Italia, nonostante i buoni propositi, non abbiamo ancora assistito a nulla di tutto questo e la mancanza di fiducia in un settore come il nostro, che come dice chiaramente anche la Banca d'Italia in Germania sta trainando la crescita, appare la prova inequivocabile di questa rinuncia a investire subito nella ripresa perseguendo in modo quasi totale una politica di tagli e di maggiori imposte. Siamo certi che l'obiettivo del pareggio di bilancio sia un traguardo da conseguire e che gli osservatori europei facciano bene a chiedere serietà e rigore a Paesi come il nostro che in passato non hanno brillato nella gestione della cosa pubblica. Ma se la medicina rischia di ammazzare il malato allora vuol dire che la cura è sbagliata ed è giunto il momento di ripensare seriamente dosi e ricette.
* Presidente di Ance e Federcostruzioni


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