Lavori Pubblici

Le storie delle imprese che attendono i soldi dalla Pa

Giulia Del Re, Brunella Giugliano, Alessandro Lerbini

Il patto di stabilità la causa principale del blocco della spesa. Ma anche Stato e operatori diventano cattivi pagatori

Patto di stabilità degli enti locali e finanziamenti regionali. Ma anche lavori privati e opere promosse dallo Stato. Provenienze di fondi differenti ma legate tutte a un filo comune: i lavori non vengono saldati nei tempi previsti e in alcuni casi si attende dai due ai tre anni.
La situazione dei pagamenti nell'edilizia è sempre più critica e se i primi tempi molte imprese avevano il timore di esporsi per paura di possibili ritorsioni, ora il muro del silenzio si sta sgretolando sotto i colpi dell'esasperazione e del rischio di chiusura delle attività. Ecco un primo elenco di storie raccolte dalla redazione di «Edilizia e Territorio»

Costanzo Lupo
«Bisogna passare alle maniere forti. A Orta Nova ho riscosso il credito dopo un decreto ingiuntivo. Non ho paura di mettere in mora gli enti e mi faccio rispettare».
Costanzo Lupo è titolare di una piccola impresa di Trinitapoli (Bat) che da 30 anni opera nel settore dei lavori pubblici. Ma le difficoltà, oltre che dagli enti locali, arrivano anche dallo Stato. «Ho appaltato – afferma – per conto del ministero della Difesa, Aeronautica militare – i lavori di ristrutturazione di alcune palazzine nell'aeroporto di Amendola. L'importo del contratto era di 477mila euro. Al momento della firma, come al solito, mi chiedono una serie di polizze fideiussorie a garanzie dei "miei" impegni sottoscritti, mentre il committente si impegna a «emettere il titolo di pagamento entro 30 giorni a decorrere dall'emissione del certificato di pagamento».
Bene, anzi male. La prima fattura, per 144.870 euro, l'ho emessa il 17 ottobre 2011, la seconda di 138.710 euro il 1° dicembre 2011, la terza di 130.240 euro il 1° febbraio 2012 e ho praticamente ultimato i lavori al 90% senza aver visto un euro. Le conseguenze? Ho dato fondo alle mie modeste casse, ho dovuto licenziare i miei dipendenti, le banche non intendono più finanziarmi e rischio di "saltare" per un impegno sottoscritto dallo Stato e non mantenuto.
Adesso gli uffici del ministero della Difesa da me interpellati mi dicono che il «capitolo di spesa non è stato ancora rifinanziato». Ma cosa c'entro io con il rifinanziamento? Ho sottoscritto un contratto e come tutti i contratti va onorato. Ma l'onore per lo Stato italiano è una chimera e intanto io continuo a pagare tasse, Irpef, Inps, Inail e se ritardo di un giorno sono guai per la mia impresa».

Cem elettrotecnica
Se gli enti pubblici pagano con ritardo, i privati spesso non sono da meglio. Ne è un esempio la vicenda della Cem Elettrotecnica, come ce la ha raccontata il suo titolare, Marco Conti. All'inizio del 2011, l'azienda effettua lavori di realizzazione di impianti elettrici in un ospedale e nella sede di un noto gruppo assicurativo romano (la questione è in Tribunale e Conti preferisce non fare i nomi dei due committenti). In generale, si parla di lavori per un totale complessivo di 400mila euro, subappaltati alla Cem da altra impresa privata (di cui non forniamo il nome per le stesse ragioni di cui sopra). I lavori vengono aggiudicati, eseguiti e conclusi. Ma la società appaltante, e ora debitrice, non paga. Dopo vari solleciti di pagamento presentati dalla Cem, l'azienda in questione inoltra una richiesta di concordato di preventivo e, tramite Tribunale, propone alla Cem il riconoscimento di un credito al 26 per cento. Per ora, la vicenda è bloccata mentre Conti e i suoi decidono sul da farsi. «È la prima volta, in tanti anni di attività, che mi capita una cosa simile – si sfoga il titolare della Cem – ho scritto anche al Presidente della Repubblica e al premier Mario Monti per denunciare questa situazione.
Come faremo a restare in piedi se non ci pagano? E perché le istituzioni non ci aiutano a fronteggiare queste situazioni e a impedire che si verifichino?». Mentre Conti e i suoi riflettono sul da farsi, appaiono ancora poco chiare le ragioni che hanno indotto la società committente a non pagare i lavori regolarmente subappaltati. Forse l'azienda è stata travolta dalla crisi e ora non ha più liquidità, forse ha fatto un passo più lungo della gamba nel subappaltare quei lavori. Sulla vicenda indagherà la Magistratura. Intanto, la Cem – lavori già effettuati sull'Av Roma Napoli e contratti con il cantiere della Nuvola di Fuksas – «lotta per restare a galla» con i suoi 11 dipendenti e un passato relativamente tranquillo, che ha visto gli ultimi bilanci chiudersi con un fatturato intorno al milione.

Tecnova
La nostra impresa Tecnova Srl esercente attività edilizia in proprio e per conto terzi, oltre a dover convivere con una crisi fuori dal comune specialmente nel nostro settore, deve fare i conti anche con l'allungamento dei tempi di pagamento da parte della clientela in generale, ma in particolar modo per quanto concerne i crediti verso enti pubblici. Infatti a oggi vantiamo ancora nei confronti del Comune di Loro Ciuffenna (Arezzo) un credito di 396.322,43 euro (fatture da luglio 2010) e lavori in corso per 80mila euro, nonostante che nel dicembre 2011 e a febbraio 2012 abbiamo avuto il saldo per fatture risalenti all'esercizio 2009 inizio 2010.
Il Comune sollecitato più volte sostiene che non può pagare, sebbene abbia la disponibilità dell'importo, in quanto deve rispettare il patto di stabilità. Per poter attingere liquidità abbiamo dovuto rivolgerci agli istituti di credito, che sono riusciti solo in parte e solo per i primi otto mesi a venirci incontro.
Ora per poter prolungare i finanziamenti hanno diminuito i fidi ordinari, facendoci ridurre l'operatività e gli investimenti, richiesto fideiussioni o certificati di credito a loro vincolati oltre agli interessi che ultimamente sono arrivati alle aliquote che non si vedevano da anni. Cosa che non riusciamo a comprendere è il motivo per cui gli istituti di credito non considerino affidabili i crediti nei confronti dei Comuni (Stato) «nonostante siano certificati», perché le aziende debbano pagare gli interessi al posto dei Comuni (Stato). Senza considerare che mancando la liquidità, abbiamo dovuto anche noi allungare nei limiti del possibile i pagamenti ai nostri creditori. Tutto ciò comporta conseguentemente la mancata ultimazione di lavori in conto proprio, il mancato ricambio di attrezzature e automezzi fatiscenti.

Cogenuro
Aspetta da oltre otto mesi che gli vengano liquidati 1,4 milioni per lavori già eseguiti e nel frattempo ha deciso di bloccare il cantiere con il licenziamento collettivo di 20 dipendenti. È la Cogenuro Srl, l'impresa di costruzione nata nel 2001 a Salerno e che nel 2009 si è aggiudicata un appalto bandito dal Comune di San Rufo (Salerno) per il rifacimento delle fognature e degli impianti di depurazione sul territorio cittadino. I lavori, per un valore di 3,4 milioni finanziati con fondi regionali del Por 2007-2013, sono cominciati a fine 2010 e dopo sette mesi si sono arenati a uno stadio di avanzamento dell'80%, per una spesa di 2,8 milioni. «Abbiamo maturato il primo Sal, per 1,4 milioni, nel gennaio 2011 – spiega Gerardo Coraggio, titolare dell'impresa –. La liquidazione del mandato di pagamento da parte dell'amministrazione è arrivata con un ritardo di sei mesi, in pratica quando avevamo quasi completato anche la seconda trance dei lavori, per ulteriori 1,4 milioni». Così, alla presentazione del secondo Sal, nel giugno 2011, l'azienda è stata costretta a sospendere i lavori. Il motivo? «Le banche – continua il titolare – hanno chiuso i rubinetti del credito e non concedono ulteriori prestiti, soprattutto se la fonte di finanziamento dei lavori è regionale. Al danno si è aggiunta anche la beffa perché, tra spese e interessi bancari, dobbiamo rimetterci ulteriori 100mila euro. A queste condizioni è impossibile andare avanti. Abbiamo ulteriori 15 milioni di lavori già contrattualizzati ma che non possono partire perché non abbiamo liquidità».
E a parlare sono i dati di bilancio e quelli relativi all'occupazione. Dal 2010 al 2011 Cogenuro ha sostanzialmente dimezzato il proprio fatturato passato da 7,5 milioni a poco più di 3,5. Lo stesso è avvenuto per i dipendenti: ne erano 40 nel 2010, oggi solo 15.

Gini Giuseppe
«Quando va bene veniamo pagati a 90 giorni, ma in un caso attendiamo anche dal 2009».
L'impresa Gini Giuseppe Spa di Grandate (Como) è attiva in Lombardia dal 1952, dispone di 19 dipendenti e ha un fatturato stabile tra cinque e sei milioni derivante al 90% da opere pubbliche stradali e di impiantistica. «Ma il problema che ci sta strangolando – sostiene il ragioniere della società, Roberto Di Giglio – è il patto di stabilità. Capiamo le necessità delle amministrazioni comunali e i lori vincoli di spesa, ma a noi non ci garantisce e tutela nessuno. Esprimiamo tutto il nostro disagio contro il ritardo nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni arrivato ormai a livelli non più sostenibili».
Le iniziative prese per rientrare dei crediti sono diverse: «Cerchiamo di sollecitare gli enti – continua Di Giglio – con contatti telefonici o di persona, ma davanti troviamo un muro. Con i Comuni di Monza e Assago siamo rientrati delle somme grazie a un accordo con le banche per la cessione del credito. Ma anche in queste circostanze il percorso non è agevole: oltre alle spese notarili che abbiamo sostenuto, dobbiamo contrattare direttamente con la Pa che ci chiede di attendere. Ad Assago, ad esempio, abbiamo spesso parlato con il sindaco che ci ha chiesto di allungare i tempi per incassare i nostri soldi».
Tra i vari "trucchi" escogitati dagli enti per rimandare i pagamenti nei quali è incappata la Gini c'è anche «la mancata firma del certificato di regolare esecuzione dell'opera che di fatto non ci permette di avviare le procedure per incassare le fatture». La sede dell'azienda si sviluppa su di un'area di 14mila mq, tra la parte scoperta e coperta. Esegue anche attività di progettazione disponendo di una stazione Autocad che le consente di eseguire elaborati in campo civile, idraulico e stradale, anche con il supporto di tecnici esterni.

Icogen
Non è più un problema economico, ma è diventata una questione di dignità». Giampiero Vargiu, titolare della Icogen di Cagliari, società attiva da 33 anni con un fatturato medio di 5-6 milioni (ma con un calo del 70% nel 2011) non riesce a vedere una via d'uscita in Italia e punta sull'estero, dove ha appena acquisito una commessa nel campo energetico in Perù.
«È vero che lo Stato, e con esso le amministrazioni, non pagano – afferma –. La cosa più grave, però, è a mio parere l'atteggiamento dei committenti verso noi imprese e l'assoluta inerzia di fronte ai continui licenziamenti e ricorso a Cig. Le amministrazioni non vedono come un dovere il pagamento delle prestazioni, e questo perché non vi è alcuna responsabilizzazione diretta e pesante sul funzionario. È frustrante sentirsi dire sempre "no".
Il fenomeno dei ritardati pagamenti si sta ripercuotendo, in modo deflagrante e con meccanismo a cascata, sui fornitori e a volte anche sui dipendenti, fatto che incide sulla fiducia degli imprenditori verso il sistema, ma soprattutto verso il mercato, che mostra segni costanti di peggioramento.
Quindi, il fatto che una azienda si trovi o meno a combattere con i pagamenti degli enti è, ormai, ininfluente giacché è uso comune ribaltarci il problema e quindi risolverlo tra noi, atteso che, drasticamente, le scadenze statali non ammettono alcuna deroga per le esigenze europee. La mia impresa non può che difendersi e spendere il patrimonio accumulato fino al 2009, atteso che da quella data i bilanci erodono le riserve legali in modo ormai preoccupante.
Ma lavorare così, ormai, merita un ripensamento profondo, perché non c'è più riconoscenza su chi ha operato fino a ora con dedizione e con lo spirito del "bel" costruire.


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