Lavori Pubblici

La Libia attende il boom edilizio

Al.Le.

Il Cnt: «Non abbiamo neanche le gru». Ma resta il nodo sicurezza. In aumento gli scontri tra le milizie rivali

Con molte delle sue cittá distrutte dai bombardamenti della Nato e dai violenti scontri tra forze pro e contro l'ex rais Muammar Gheddafi, la Libia conoscerà a breve un vero e proprio boom nel settore delle costruzioni.
Molti dei più importanti centri libici, in gran parte collocati sulla costa, dovranno essere ricostruiti quasi interamente, come Sirte e Bani Walid, le ultime roccaforti di Gheddafi e del suo regime, a lungo bombardate dalla Nato e cannoneggiate dagli insorti, o Misurata, dove le forze del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) sono state più duramente colpite.
L'enorme sforzo di ricostruzione che il paese dovrá compiere, insieme alle cospicue risorse petrolifere, le più ingenti in tutta l'Africa, rendono il paese molto attraente per gli investitori e per le imprese straniere, che puntano su commesse tra le più ricche che la regione abbia mai conosciuto. Delegazioni di imprenditori da paesi dell'Asia, dell'Europa, dell'America settentrionale e del Medio Oriente hanno visitato negli scorsi mesi la Libia, con l'obiettivo di sondare le opportunitá che il paese offre. Ma la situazione della sicurezza, che resta critica, rende difficili loro investimenti in tempi rapidi.
«In Libia non abbiamo neanche gru a sufficienza per avviare una ricostruzione anche solo vicina ai livelli necessari», ha spiegato recentemente Alaa el-Huni, consulente finaziario vicino al Cnt, al quotidiano emiratino The Nation. «A tutti i livelli, dall'edilizia all'occupazione, alla capacitá dei porti, alla disponibilitá di macchinari - ha proseguito - non siamo neanche in grado di assorbire gli enormi investimenti di cui avremmo bisogno».
Il primo passo intrapreso dal Cnt per reperire capitali da destinare alla ricostruzione, è stato il ritorno ai livelli di produzione del greggio dell'era pre-rivoluzione. Al momento la Libia estrae un milione di barili di greggio al giorno e punta ad arrivare a 1,6 milioni. Il secondo passo necessario sarà quello di aprire maggiormente l'economia nazionale agli investimenti esteri, come solo di recente il colonnello Gheddafi aveva cominciato a fare.
Ma la vera prioritá resta la sicurezza.
Dopo la caduta di Gheddafi, la violenza in Libia non si è placata. Le milizie rivoluzionarie restano pesantemente armate e gli sforzi del Cnt per convincerle a consegnare le armi sono finora falliti. Gli scontri tra milizie rivali, legati soprattutto all'assegnazione di posti chiave nel nuovo apparato statale, sono in aumento e questo non è certo un incentivo agli investimenti esteri.
La aziende straniere, secondo el-Huni, «ci penseranno bene prima di assumersi il rischio di investire il loro denaro in attrezzature o di aprire sedi locali, se non ci sará una situazione più stabile a livello politico e di sicurezza». A quel punto, secondo Ronald Bruce St John, politologo ed autore di numerosi libri sulla Libia, le opportunitá saranno numerose per tutti e non solo per quei paesi che hanno speso più sforzi nel sostenere la rivolta contro Gheddafi, dalla Francia al
Qatar. «Chiunque sará eletto alla guida del governo, orienterà la politica estera nell'interesse della Libia - ha spiegato -. Quei paesi europei che ritengono di poter avere un trattamento privilegiato nei contratti, vedranno presto che i libici torneranno rapidamente ad essere libici, cioè negoziatori inflessibili».


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