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Gli ingegneri di Roma al governo: stop ai ricorsi senza scadenza sui compensi dei Ctu

G.La.

I termini perché le parti possano impugnare le parcelle non sono chiari. Così c'è sempre il rischio che, anche a distanza di anni, qualcuno chieda a un perito di ridiscutere il suo compenso

Blindare i compensi dei Ctu e chiarire le regole sui termini per fare opposizione contro i decreti di pagamento. La richiesta arriva direttamente dal presidente dell'ordine degli ingegneri di Roma, Carla Cappiello con una lettera indirizzata al Governo. Le norme che disciplinano la liquidazione delle parcelle dei consulenti tecnici, da diversi anni, soffrono di un buco clamoroso. I termini perché le parti possano impugnarle, infatti, non sono chiari. Così, di fatto, c'è sempre il rischio che, anche a distanza di anni, qualcuno chieda a un perito di ridiscutere il suo compenso. Il Governo, allora, deve intervenire, già in sede di Milleproroghe, con una norma di chiarimento. Anche perché la categoria è stata già penalizzata dal recente decreto in materia di fallimenti (Dl n. 83/2015).

La lettera, firmata dal presidente dell'ordine degli ingegneri di Roma Carla Cappiello, è indirizzata al presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi e al ministro della Giustizia, Andrea Orlando. E punta a sollevare la questione di un vuoto normativo, «che sta andando a incidere negativamente sul lavoro dei consulenti tecnici di giustizia, ingegneri e non, che rappresentano una fascia molto ampia di popolazione. Si consideri che solo per il tribunale civile di Roma, si parla di ben 12mila professionisti, di cui quasi tremila ingegneri».

Il problema riguarda «la convulsa interpretazione dell'articolo 34, comma 17, lettera a) del Dlgs primo settembre 2011, n 150». Si parla, nello specifico, dell'opposizione al decreto di pagamento delle spese di giustizia: è il provvedimento con il quale il giudice determina il compenso in favore, tra gli altri, dei consulenti tecnici di parte e di ufficio, contro il quale le parti possono attivare una sorta di impugnativa. Per effetto dell'articolo 34, è stato abrogato il termine di decadenza, originariamente di venti giorni dalla comunicazione del decreto, entro il quale è possibile procedere all'opposizione.

«In sostituzione del predetto termine – scrive Cappiello - il giudizio di opposizione è stato assoggettato alla disciplina prevista dall'articolo 15 del Dlgs n. 150/11, in base alla quale le controversie derivanti dall'opposizione al decreto di pagamento sono regolate dal rito sommario di cognizione, ove non diversamente disposto». Il riferimento generico a questo rito si traduce, in assenza di indicazioni precise, in dubbi interpretativi e controversie che vedono protagonisti periti di tutta Italia che, a volte, vedono i loro compensi messi in discussione dopo anni.

«Una soluzione interpretativa – ricorda ancora il presidente - è quella prospettata dal ministero della Giustizia, dipartimento per gli Affari di giustizia, con la circolare n. 0148412.U del 9 novembre 2012, in base alla quale il termine per la proposizione di un'eventuale opposizione al decreto di pagamento ex art. 170 del Dpr 115/02 vada individuato in quello espressamente previsto per il procedimento sommario di cognizione e quindi in quello di trenta giorni dall'avvenuta comunicazione». Questa soluzione, però, non ha fatto breccia ovunque. Sono molti i tribunali che si stanno regolando diversamente. Proprio a Roma, ad esempio, il tribunale civile in una sentenza del 2014 ha spiegato che «non è condivisibile l'interpretazione intervenuta a mezzo di una circolare ministeriale – che non è fonte del diritto – che opterebbe per la estensione analogica del termine ex articolo 702 bis del Codice di procedura civile».

Allora, bisogna tornare sul problema, per chiarire definitivamente quali sono i termini di impugnativa e blindare i compensi dei Ctu. Soprattutto perché, negli ultimi mesi, il Governo ha già penalizzato la categoria con le riforme inserite nel decreto sui fallimenti. Cappiello, allora, chiede «formalmente un intervento normativo, da attuare al più presto, possibilmente con il decreto Milleproroghe, atto a ripristinare espressamente il termine, dies a quo, per la proposizione dell'opposizione avverso il decreto di pagamento delle spese di giustizia».


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