Città e Urbanistica

Le città in cerca di nuovi strumenti normativi per rinnovare le aree urbane

Massimo Frontera

L'assessore milanese De Cesaris al convegno Ue Cities Reloading: «I vincoli urbanistici sono troppo rigidi, serve più flessibilità». Freyrie: «L'Unione europea deve mettere al centro della propria azione le politiche urbane di rigenerazione sostenibile»

Voglia di città, e soprattutto di strumenti normativi nuovi per intervenire sulle aree urbane. Dopo l'era dei programmi di trasforomazione urbana di era statalista; dopo venti anni di (fallimentare) politica urbanistica; dopo la perdurante assenza di una legge urbanistica nazionale e più in generale dopo l'affievolirsi del ruolo dello Stato nelle politiche urbane; dopo l'ultima delusione dello Sblocca italia, almeno per quanto riguarda le politiche di trasformazione della città costruita, cresce sempre di più la voglia e la necessità di strumenti per trasformare le città e favorire gli investimenti.

"Ue Cities Reloading - Strategies and policies for urban regeneration" - la due giorni di lavori focalizzati sulla città, promossa dal consiglio nazionale degli architetti - è stata l'ennesima occasione per verificare l'urgenza di strumenti per gestire il cambiamento delle politiche per le città.
"I vincoli urbanistici sono troppo rigidi, serve più flessibilità" esordisce Anna Lucia De Cesaris, assessore all'Urbanistica di Milano. Nelle parole del vicesindaco di Milano anche il segno di un tramonto un'era - quello del ventennio di decentramento urbanistico regionale - e l'inizio di una nuova stagione, ancora da riempire di contenuti: "Le norme vanno riorganizzate nella dimensione della città metropolitana, è questo il contesto in cui dobbiamo stare".

Ancora più radicale il presidente dell'Inu, Silvia Viviani: "Ci vuole il coraggio di fare un cambio strutturale: abbandonare i vecchi strumenti e cominciare a ragionare sui progetti, sulla qualità, la prestazione. A che servono gli indici se vogliamo lavorare sulla qualità?". "Serve però un progetto di Italia, una strategia di paese e di città, un'amministrazione che sappia promuovere i progetti e valutarli; e che non faccia più il controllore ex post".

Gli architetti alzano ancora più il tiro e guardano all'Europa. "L'Unione europea deve mettere al centro della propria azione le politiche urbane di rigenerazione sostenibile - rilancia il presidente degli architetti , Leopoldo Freyrie - uscendo da una visione miope che porta a investire proritariamente sulle grandi infrastrutture di trasporto".

"L'Europa - aggiunge Freyrie - considera secondarie le politiche dell'abitare, senza tenere conto che decine di milioni di europei vivono e lavorano nell'altra Europa, quella non collegata alle reti veloci, dove tantissime città ricche di storia e dense di vita rischiano di morire perché abbandonate dagli investimenti pubblici e privati". Ma ce n'è anche per l'Italia, peraltro orfana di un'attenzione e una azione strategica e di indirizzo sulle politiche urbane. "Il paese - ha detto ancora il presidente degli architetti - deve adottare una politica urbana seria e una specifica politica per l'architettura, entrambe oggi del tutto assenti"

In un paese fermo come l'Italia non si poteva non partire da quello che hanno fatto o stanno facendo gli altri: come in Finlandia, con la rigenerazione di un quartiere di Helsinki secondo il masterplan firmato da Cino Zucchi con One works e Buro Appold, l'interramento di un passante ferroviario a Lipsia, le trasformazioni di porzioni di New York e Oslo firmate dallo studio Sinoetta, o la valorizzazione degli oltre 300 ettari dell'isola di Nantes. Fino ad arrivare al caso di Marsiglia, diventato un paradigma e caso di studio analizzato anche dall'Ance (che gli ha dedicato un libro presentato nella giornata del 7 novembre).

Una panoramica assortita di casi - caratterizzati da forti regie pubbliche, regole adeguate alla gestione dei programmi e coinvestimenti di pubblico e privati - che ha avuto però l'effetto di evidenziare in negativo l'ingessatura a tutti i livelli che caratterizza le città italiane, nelle procedure che regolano le decisioni della politica, nell'iter amministrativo e infine dello stesso attuale quadro di regole, nato per guidare un paese in fase espansiva, sia edilizia sia economica e ormai inadeguato alla realtà dell'Italia di oggi.


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