Città e Urbanistica

Piani strategici e programmazione Ue 2014-2020: le città si preparano ai nuovi programmi integrati

Alessandro Arona

Intervista ad Andrea Gnassi (Rete Città strategiche) - Entro l'estate l'accordo con la Ue, poi i Pone i Por - Ci sarà un Pon Grandi Città, poi i piani regionali per le città medie

La Rete delle città strategiche (Recs) - si veda in fondo l'intervista al presidente Andrea Gnassi - è fatta di 39 Comuni (quasi tutti capoluoghi), e un'Unione di Comuni, che negli ultimi dieci anni hanno elaborato e approvato almeno un piano strategico (si veda la mappa qui correlata).
Un insieme di Comuni che a partire dalle esperienze pilota di Torino, Trento, Venezia, Firenze, La Spezia, Pesaro e Verona, "credono" nell'utilità dello strumento.
Tre le caratteristiche chiave del piano strategico: 1) l'area vasta (il fatto di comprendere e coinvolgere territori di più Comuni); 2) la partecipazione (di cittadini, imprese, enti, associazioni); 3) la multisettorialità (strategie di lungo periodo per la città non solo nella trasformazione fisica del territorio, ma anzi a partire da obiettivi di sviluppo economico e sociale.
L'Anci ha fatto proprio questo approccio, e nei giorni scorsi è nata una Commissione delle città strategiche, alleata con Recs, con l'obiettivo di diffondere le best practice e preparare le città all'appuntamento dei fondi euroei 2014-2020.
Nella nuova programmazione comunitaria (programmi nazionali da definire entro quest'anno) i progetti urbani integrati dovrebbero avere un ruolo più forte rispetto al passato, con risorse ad dedicati che potrebbero arrivare a quattro miliardi di euro. Ci sarà un (nuovo) Pon «Città metropolitane», e all'interno dei Por regionali uno spazio dedicato alle città medie e al rilancio delle "Aree interne".

LA NUOVA PROGRAMMAZIONE 2014-2020
Le città grandi e medie si preparano all'appuntamento, ormai vicino, con i fondi europei 2014-2020. Quasi sicuramente ci sarà in Italia un Pon (programma operativo nazionale) per le 13 città metropolitane (Torino, Milano, Genova, Bologna, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Messina-Reggio Calabria, Catania, Palermo, Cagliari) e all'interno dei Por regionali un spazio per le città medie titolari di importanti funzioni urbane; e infine specifici programmi per il rilancio delle "Aree interne".
Più in generale, a programmi integrati di sviluppo urbano dovranno andare almeno il 5% dei fondi Fesr, il che dovrebbe significare per l'Italia almeno due miliardi di euro con il co-finanziamento nazionale.
Sul sito del Dps (Dipartimento politiche di sviluppo e coesione) è scaricabile la bozza di «Accordo di partenariato» per i fondi 2020-2014 , definita a metà aprile in seguito al percorso di condivisione del Ministro delle Coesione (fino al 28 aprile) Fabrizio Barca con Regioni e Comuni. Lì si indica appunto l'obiettivo del Pon Città metropolitane, il ruolo delle città medie "rilevanti" nei Por, l'obiettivo di promuovere lo sviluppo e il ripopolamento dei piccoli Comuni nella «Aree interne».
Il Consiglio europeo approverà definitivamente il bilancio Ue 2014-20 tra giugno e luglio, poi dopo l'estate la Commissione firmerà gli Accordi di partenariato con i diversi Stati membri. Il Ministro della Coesione Carlo Trigilia dovrà portare la bozza definitiva in Conferenza unificata (Regioni e Comuni), e quindi al Cipe per l'ok finale (entro luglio), per consentire l'«interlocuzione» e la firma con la Commissione tra settembre e ottobre. Subito dopo dovranno essere elaborati i Pon e i Por, da inviare e far approvare dalla Commissione in teoria entro l'anno.
«I tempi sono stretti – ammette Francesco Monaco, capo del dipartimento Politiche di Coesione dell'Anci (Comuni) – e in effetti siamo un po' preoccupati, perché insieme alla prossima programmazione abbiamo ancora 30 miliardi del 2007-2013 da spendere entro il 2015, e questo mette tutto sotto stress». «Fra l'altro – aggiunge – non è stata ancora assegnata la delega sul Cipu (Comitato interministeriale per le Politiche urbane), che era di Barca».


I PIANI STRATEGICI NELLE PRECEDENTI PROGRAMMAZIONI
«L'esperienza dei programmi integrati di sviluppo urbano - racconta Francesco Monaco (Anci) - non nasce effettivamente solo ora. Già nel 1998, con il convegno "Cento idee per lo sviluppo", lo stesso Barca, capo del Dps, stimolò progetti da inserire nel Qcs 2000-2006 come "Asse città". Le risorse poi effettivamente messe dai Por sugli Assi città furono molte, il 7-8% delle risorse Fesr e co-finanziamenti, ma in genera le città proposero interventi frammentari, scollegati tra loro, senza una visione strategica».
«Successivamente - prosegue Monaco - proprio sulla scorta della negativa esperienza degli Assi Città del 2000-2006, nel 2004-2005 il Cipe finanziò con fondi Fas la elaborazione di programmi urbani strategici al Sud, ne furono realizzati circa 50 in città medie, mentre le grandi se li sono fatti da sole, e alcune Regioni hanno aggiunto fondi. Molti di questi piani sono stati fatti seriamente, in genere con tre caratteristiche innovative rispetto a strumenti tradizionali come il piano regiolatore o anche il piano strutturale: 1) il coinvolgimento di un'area vasta; 2) la partecipazione; 3) la multisettorialità, con sguardo rivolto soprattutto allo sviluppo economico e alla coesione sociale».
«Il piano strategico - commenta Monaco, responsabile del Dipartimento Anci per le Politiche di coesione - funziona però solo se viene recepito dagli strumenti ordinari. E poi c'è l'aspetto gestionale. Nella programmazioni europee 2000-2006 e 2007-2013 si chiedevano ai Comuni programmi integrati urbani (multi-funzione, utilizzando anche fondi Fesr e Fse insieme), ma la gestione rimaneva ordinaria, un vero caos! I Comuni dovevano interlocuire con decine di funzionari regionali diversi! La vera novità auspicata dal documento del Cipu di marzo , suggerita da Barca ma condivisa all'interno del Comitato (nel quale oltre a una serie di Ministri siedono rappresentanti di Regioni e Comuni, ndr) è l'aumento di poteri dei grandi Comuni non tanto nella programmazione, quanto nella possibilità di gestire direttamente i fondi assegnati. E' una possibilità che i regolamenti Ue sui fondi strutturali hanno sempre consentito: affidare alle città il ruolo di "autorità di gestione", trasferire cioè direttamente i fondi ai Comuni, con la Regione che manterrebbe un ruolo di controllo».
«Sì - prosegue Monaco - sarebbe una novità anche aumentare il peso dei grandi Comuni nella programmazione, ma diciamo la verità: nella definizione dei programmi, nei contenuti, i Comuni sono sempre stati coinvolti molto, mentre è nella gestione che "non hanno mai toccato palla"».

Il 5% dei fondi strutturali ai programmi integrati urbani, chiesto dai regolamenti, è tanto o poco?
«Come dicevo - risponde Monaco - è meno di quanto già fatto in Italia nelle ultime due programmazioni. La novità sarebbe dare più responsabilità alle città nella programmazione e nella gestione. E dare più peso alla pianificazione strategica nella definizione degli interventi. Si tratta di cose che dipendono da noi, dall'Italia. Nella bozza di Accordo di partenariato già definita dall'Italia si dà per probabile un Pon Città per le 13 grandi aree urbane (città metropolitane), ancora da definire se gestito da un Ministero, come è normalmente, o dal Cipu o da un Ministro senza portafoglio (Coesione sociale, Affari regionali,...) che faccia da coordinatore. A livello regionale dovranno essere i Por a individuare Assi Città, per l'elaborazione di programmi inegrati su città medie o conurbazioni di città.

A quali interventi dovranno andare i fondi per le città?
I regolamenti chiedono che nelle Regioni Competitività (centro-nord nel caso dell'Italia) i fondi dei piani integrati urbani vadano all'80% almeno per interventi sull'innovazione in aree urbane, quali mobilità e fonti energetiche sostenibili, smart cities, ricerca. Nelle Regioni Convergenza (Sud) dovranno invece andare per almeno il 50% a "servizi di cittadinanza", cioè scuola, asili nido, anziani non autosufficienti, sanità. Si può trattare sia di interventi "edilizi", sulle sedi, sia servizi; purché si tratti di programmi "aggiuntivi" rispetto a quelli ordinari. Concetto che, purtroppo, sappiamo che non siamo mai riusciti a rispettare. Ad esempio i programmi per informatizzare le scuole sono stati spesso usati per tappare i buchi ai tetti o mettere a norma gli impianti elettrici. Interessante, da questo punto di vista, il fatto che il documento Barca-Cipu chiede che la programmazione 2014-20 sia l'occasione per riorientare anche le politiche ordinarie, creando e stabilzzando una politica integrata sulle città che oggi non esiste».

PIANI STRATEGICI, PARLA IL PRESIDENTE DI RECS
Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, è presidente della Rete delle città strategiche e ora anche dela Commissione Anci per le città strategiche. «In Italia c'è molta domanda di trasformazione urbana - spiega -. Se la città ha elaborato un piano strategico, se ha una visione condivisa per il suo futuro, allora gli interventi creano sviluppo; senò si produce solo occupazione di terreni e speculazione edilizia. Ora, in relazione alla programmazioen 2014-2020, spetta al Governo e alle Regioni indirizzare i fondi dando elevato peso ai programmi di trasformazione urbana e privilegiando le città dotate di una visione strategica. Sono un po' preoccupato che la trasformazione urbana non abia adeguato peso nei programmi Pon e Por. Il documento Barca-Cipu andava in questa direzione, ma ancora il nuovo govegno non ha dato segnali. La tessa delega sul Cipu resta "vacante". Ma mi preoccupano anche le Regioni, che finora hanno utilizzato i fondi in modo "burocratico", convocando tavoli formali con associazioni di imprese e sindacati. Bisogna avere il coraggio di innovare le procedure di partecipazione, convocare le imprese più innovative e costruire insieme a loro percorsi nuovi di sviluppo per le città».


© RIPRODUZIONE RISERVATA