Città e Urbanistica

Urbanistica grande assente nella corsa al Campidoglio

Francesco Karrer e Sergio Pasanisi

Manca una riflessione sulle strategie della città metropolitana e sulla gestione del Piano regolatore. Regna l'incertezza sugli strumenti di pianificazione e sui diritti edificatori non ancora esercitati

I programmi dei candidati a sindaco di Roma sull'assetto urbanistico e territoriale della città, anche se talvolta fondati su analisi generiche (ad esempio nessuno si è cimentato su una riflessione sui limiti dell'efficacia giuridica del Nuovo Piano Regolatore Generale alla luce dell'obbligo di adozione del Piano Urbanistico Generale Comunale ai sensi della vigente legge regionale sul governo del territorio) e su qualche teoria (spesso incerta) dell'urbanistica, sembrano essere elaborati più per rassicurare i rispettivi schieramenti o blocchi elettorali che per dare delle risposte concrete, non ideologiche, ai problemi della città. Tra le presunte teorie urbanistiche, ad esempio, colpisce l'adesione a quella, oggi ricorrente, sul «consumo di suolo zero«; tra l'altro, non riferita ad alcuna «impronta ecologica», né quella effettiva né quella disegnata dal vigente NPrg. L'urbanistica romana sembra così condannata ad essere solo oggetto di scontro su posizioni precostituite, senza neanche una parola prospettica sul futuro assetto, soprattutto quello metropolitano (anche oltre il profilo istituzionale).

Nei giornali e sul web si leggono quasi solo affermazioni largamente scontate, dalla mobilità sostenibile, alla valorizzazione delle risorse ambientali e culturali, alle produzioni a km zero, appunto, al consumo zero del suolo, al riuso del patrimonio edilizio, etc., ma poco, troppo poco, per quanto si dovrà (e potrà) fare di concreto. Il dibattito, tra emergenza rifiuti e buche stradali, si concentra prevalentemente sulla gestione dell'esistente che, date le difficoltà finanziarie pubbliche e private nonché il peso della spesa corrente, non può essere certamente considerato come una azione minore, ma neanche l'alibi per non pensare al futuro. E anche quando si parla di reperimento di risorse economiche, anche private, lo si fa in modo contraddittorio: abbassare gli emolumenti dei dirigenti ma non una parola su efficienza e costi della macchina amministrativa (comprese le società municipalizzate ed "in house"); valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico, ma non privatizzare i "beni comuni"…

L'offerta programmatica dei candidati sull'urbanistica appare così abbastanza deludente, sia rispetto alla posta in palio rappresentata dal governo urbanistico della "Città capitale" che rispetto ai più immediati problemi, quali: l'efficacia giuridica del piano alla luce della legge regionale e del vigente Piano Territoriale Generale Provinciale, la questione dei vincoli preordinati all'esproprio decaduti lo scorso febbraio, la grande quantità di diritti edificatori assegnati ma che nell'attuale congiuntura negativa difficilmente potranno essere esercitati concretamente. E se lo schieramento del candidato sindaco uscente Alemanno, afferma che «è l'opposizione che ha fermato lo sviluppo», non consentendo l'approvazione di alcune recenti delibere urbanistiche sui c.d. «ambiti di riserva» (nuove previsioni edificatorie destinate a rimanere anch'esse sulla carta come quelle sulle «centralità», a base del NPrg) e di alcuni progetti di rigenerazione urbana, il candidato della sinistra, Ignazio Marino, punta alla salvaguardia dell'agro romano e contemporaneamente alla riqualificazione delle periferie, finanziata da un improbabile trasferimento di risorse generate dalla gestione dei beni culturali delle aree centrali. Per quanto riguarda gli altri candidati, la proposta di Alfio Marchini è tutta connotata dalla lettura dello stato in cui versano le casse comunali, e dalla congiuntura del mercato: concentrare le poche risorse sulla manutenzione urbana e attivare programmi per la riqualificazione dei quartieri esistenti. Meno note, invece, sono le proposte del candidato del M5S, Marcello De Vito, che concentra il proprio interesse su temi di carattere generale: sicurezza, sviluppo del turismo ed eliminazione degli sprechi nella gestione della macchina comunale.

Ma le proposte urbanistiche, oltre alla non trascurabile necessità di ottemperanza agli obblighi di legge, non si dovrebbero misurare anche sulle prospettive strategiche di una vera politica per l'attrattività e la competitività della città, che significa lotta alle emarginazioni (in specie giovanile), sviluppo economico, servizi, ambiente e lavori pubblici, casa, trasporti, rinnovo urbano, etc.?
E' questo l'aspetto più deludente della campagna elettorale: l'assenza di una prospettiva strategica per la metropoli. Vero «atout» per la ripresa. Costruita e continuamente aggiornata invece da altre capitali, anch'esse non meno di Roma alle prese con una profonda crisi economica e con le sue conseguenze sociali.

Nessuna delle grandi capitali europee, per non parlare di quelle dei paesi emergenti, ha rinunciato alla «vision», al disegno del proprio futuro, raccordando la gestione dell'esistente con obiettivi a medio/lungo periodo, definendo priorità, tempi (magari differiti per via della crisi) e strumenti per la loro realizzazione. Da Copenaghen (che si è misurata in una recente campagna elettorale) a Berlino, Parigi e Londra, i due registri della programmazione del territorio, a breve e lungo termine, sono sempre esplicitamente compresenti nelle proposte e nelle azioni. Soprattutto quello di Parigi si pone come un possibile riferimento – tante volte lo si è fatto a Roma - per costruire una efficace azione pubblica territoriale, anche se con le dovute differenze rispetto a quanto possibile da noi: lì si punta ancora alla crescita della base demografica quale fattore di sviluppo economico, di attrattività e di competitività della metropoli. L'idea principe di Sarkozy era una Parigi di 6,5 milioni di abitanti!

Ora, superata la «querelle» Sarkozy – Delanoë su «Grand Paris», si è trovata l'intesa su «Paris metropol». La questione della confinazione amministrativa ed il modo come modificarla, sono superati nei fatti: 220 km di nuova rete ferroviaria nella porzione parigina dell'Île – de - France, con 72 nuove stazioni; l'integrazione così di tutti «poli» di crescita esistenti e programmati, compresa la «techcity» del centro antico di Parigi comune, le periferie e lo spazio peri-urbano, come nuove centralità di un'area «più» vasta. Inoltre si riflette su come «agganciare» il corridoio dello sviluppo europeo (Le Havre, Reims, Beauvais, il «retro» delle città anseatiche, Berlino, le nazioni baltiche, Mosca) e le opzioni sono «Parigi lungo la Senna» o «Parigi che si sviluppa lungo l'asse Nord-Sud»?

Comunque si punta allo sviluppo della città metropolitana multipolare: si riflette, si ragiona sulla metropoli e sui fattori che "fanno metropoli". La crisi c'è, ma per superarla si punta anche ad una capitale più forte. Ad una vera metropoli reticolare. E Roma? La «Roma, Capitale» del nostro federalismo è adeguata? È sufficiente la rivisitazione istituzionale in corso in Parlamento, o già nel fare e nel comportarsi realmente da capitale si deve trovare la strada per ampliare l'attuale orizzonte metropolitano della città?

L'esempio di Parigi insegna che questa strada è possibile ma si deve volere, e prima ancora comprendere che è in gran parte da Roma e dai romani, che tutto ciò dipende, a patto che questo tema sia già nell'agenda strategica del futuro sindaco.


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