Città e Urbanistica

Da Fanfani alla finanza immobiliare del Piano di social housing, quasi 70 anni di esperimenti sull'emergenza abitativa

Massimo Frontera

In principio fu il piano "Ina casa": la soluzione keynesiana per rilanciare l'economia dell'Italia che usciva dalla seconda guerra mondiale e allo stesso tempo dare un alloggio dignitoso alla domanda di massa delle famiglie che cominciavano ad assediare le grandi città.

Il piano Ina casa si è sposato nella memoria collettiva ad Amintore Fanfani. Fu infatti l'esponente Dc, nella sua veste di ministro della Previdenza sociale del governo Saragat a lanciare il programma nel 1949. Il piano Ina era sostenuto dalla possibilità di riscattare, piano piano nel tempo l'alloggio: si pagava come una casa in affitto ma alla fine diventava l'agognata casa di proprietà. Nella sostanza era un patto di futura vendita, trasformato successivamente in un piano di riscatto, con ipoteca sull'immobile da estinguere con il pagamento delle rate. Era l'uovo di Colombo che ha fatto la fortuna del programma fanfaniano che ha contribuito in maniera incalcolabile al consenso politico.

L'iniziativa aveva anche il sapore di una di quelle sfide impossibili che invece il nostro Paese è stato in grado di vincere, riuscendo a realizzare 2 milioni di alloggi economici, un vero miracolo che è stato raggiunto con la sola concessione di una proroga del programma al 1963, rispetto all'iniziale termine di sette anni. Un risultato straordinario che fa anche capire perché il "piano Fanfani", a distanza di tanti anni, resta nel patrimonio comune delle famiglie italiane. Una sfida che il nostro Paese avrebbe replicato in modo straordinario nel campo delle infrastrutture, con l'incredibile realizzazione - in soli 10 anni - dell'autostrada del sole tra Milano e Napoli.

Ma il piano Fanfani è stato un modello anche per la politica. Non a caso l'ex premier Silvio Berlusconi nell'annunciare, nel 2008 il suo piano nazionale per il social housing si richiamò espressamente a programma fanfaniano. E ancora oggi, lo stesso viceministro delle infrastrutture, Mario Ciaccia, è tornato a citare lo storico programma della casa a riscatto, giudicandolo adatto, "mutatis mutandis", anche ai nostri tempi. D'altra parte la domanda di alloggi sociali resta altissima, almeno 600mila abitazioni popolari.

Una domanda elevatissima, che nel tempo non è stata soddisfatta dalla stagione dei fondi Gescal, cioè il meccanismo che ha sostenuto la produzione di alloggi sociali per vent'anni. Poi le ritenute Gescal (attivate nel 1978) sono venute a mancare: nel 1998 il rubinetto dei fondi si è chiuso e l'edilizia pubblica è diventato un tema di competenza delle Regioni. Prima ancora c' stata la stagione della "167", cioè la legge del 1962 che ha aperto la stagione degli espropri e dei Peep (Piani di edilizia economica e popolare), poi seguita dalle intraprendenti sperimentazioni di urbanistica negoziata Comune-costruttore.

Da ultimo, nel giugno 2008, è arrivato appunto il piano nazionale del social housing che però non soddisferà l'edilizia pubblica che in minima parte, essendo sostanzialmente indirizzato alle famiglie che sono in grado di pagare un affitto o un prezzo di acquisto, sia pure non di mercato.

Alla fine, però, dopo aver sperimentato anche le complesse alchimie finanziarie dei fondi immobiliari, si torna al piano casa, l'uvo di Colombo nato da un governo democristiano del dopoguerra.


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