Città e Urbanistica

Punta Perotti, respinto il ricorso: l'Italia deve pagare 49 milioni alle imprese

La Grande Camera di Strasburgo ha respinto il ricorso del governo italiano contro la sentenza di
primo grado della Corte europea dei diritti dell'uomo che, nel maggio scorso, aveva condannato lo Stato italiano a versare 49 milioni di euro alle tre società - Sud Fondi, Mabar e Iema -
costruttrici di Punta Perotti.
L'ecomostro - tre edifici di 13 piani ciascuno sul lungomare sud di Bari, che di fatto impedivano la
vista del mare - venne abbattuto in due fasi (il 2 e 24 aprile 2006) dopo una lunga battaglia giudiziaria, sotto gli occhi di migliaia di persone che assistettero all'abbattimento anche in
diretta televisiva. Il risarcimento è dovuto per danni materiali seguiti alla confisca dei terreni di loro proprietà.
I giudici europei già nel gennaio 2009 stabilirono che la confisca era stata illegittima e arbitraria e che aveva di conseguenza violato il diritto alla proprietà delle tre imprese. La Corte di primo grado aveva anche sottolineato che le tre imprese non erano ritornate in possesso dei terreni in
quanto nel frattempo sono stati destinati a parco pubblico, nè potranno recuperare gli immobili confiscati perchè sono stati abbattuti.
«È stata sanzionata la condotta illegittima della magistratura e dello Stato italiano che hanno
confiscato ed abbattuto gli immobili». Così uno dei legali della società Sud Fondi, Domenico Di Terlizzi, commenta la decisione della Grande Camera che ha respinto il ricorso del governo italiano contro la sentenza di primo grado della Corte europea dei diritti dell'uomo che aveva condannato lo Stato italiano a versare 49 milioni di euro alle tre società costruttrici di Punta Perotti. «Finalmente - dice il legale - una battaglia che va avanti
da decenni ha avuto la risposta che ci aspettavamo».

L'ANALISI (di Roberto Buonavoglia - ANSA)
Lo Stato italiano pagherà caro la confisca dei terreni e l'abbattimento di Punta Perotti. La
Grande Camera di Strasburgo ha infatti respinto il ricorso del governo italiano contro la sentenza di primo grado della Corte europea dei diritti dell'uomo che, il 10 maggio scorso, aveva
condannato l'Italia a versare la cifra record di 49 milioni di euro alle tre società - Sud Fondi, Mabar e Iema - costruttrici dell'ecomostro. I rustici dei tre palazzi, di 13 piani ciascuno
che 'chiudevanò come una saracinesca il lungomare a sud di Bari, furono abbattuti nell'aprile 2006 perchè ritenuti abusivi. La sentenza della Cedu è ora definitiva e obbliga lo
Stato italiano a risarcire i danni materiali subiti dalle imprese dopo la confisca dei terreni di loro proprietà.
La battaglia giudiziaria su Punta Perotti va avanti da circa vent'anni ma, abbattimento a parte, ha raggiunto il suo apice quando le tre imprese l'hanno portata all'attenzione della Corte europea dei diritti dell'uomo. La prima pronuncia della Cedu è del 20 gennaio 2009 quando la Corte stabilì che la confisca dei terreni di Punta Perotti era avvenuta in violazione del diritto della protezione della proprietà privata e della Convenzione diritti dell'uomo. Il ragionamento dei giudici fu chiaro. Lo Stato italiano ha violato l'articolo 7 della Convenzione che sancisce che non può essere inflitta una pena se quest'ultima non è prevista dalla legge.
La Corte di Strasburgo confermò quanto in precedenza fu rilevato dalla Cassazione italiana
quando assolse i costruttori di Punta Perotti «per aver commesso un errore inevitabile e scusabile nell'interpretare le disposizioni di legge regionali, essendo queste oscure e mal
formulate», ma confermarono la confisca degli immobili e dei suoli perchè lottizzati abusivamente. L'Italia fu condannata a risarcire 30mila euro per danni morali e 90mila per le spese giudiziarie sostenute dalle imprese, ma fu anche invitata a chiudere la controversia con un accordo. Cominciò una trattativa tra le imprese e il governo italiano che offrì a titolo di risarcimento la restituzione del terreno (frattanto adibito a parco pubblico) e sette milioni di euro. Le società rigettarono l'offerta.
Passarono poco più di tre anni e i giudici della Cedu, il 10 maggio 2012, si pronunciarono sui danni materiali. Furono durissimi perchè stabilirono che lo Stato italiano doveva risarcire le società con 49 milioni di euro e doveva astenersi dal domandare alle parti interessate «di rimborsare i costi della demolizione degli immobili e i costi per la riqualificazione dei terreni». Inoltre, l'Italia - scrissero i giudici - «non dovrà dare seguito alle domande per danni nei
confronti di Sud Fondi nella procedura civile davanti al tribunale di Bari».
La città aveva infatti chiesto più di 100 milioni di euro per danni morali e alla sua immagine.
La sentenza del 4 ottobre, che ha scritto la parola fine al lungo contenzioso giudiziario, fa gioire i proprietari e i legali delle imprese. «Con questa sentenza è stata sanzionata la condotta illegittima della magistratura e dello Stato italiano che hanno confiscato ed abbattuto gli immobili», dice Domenico Di Terlizzi, uno dei legali della Sud Fondi dei Matarrrese.
E con l'avvocato sembra essere d'accordo il sindaco di Bari, Michele Emiliano, che spiega che «è stata una legge nazionale sbagliata a determinare una confisca senza condanna. Ed è per
questo che lo Stato Italiano dovrà risarcire i costruttori».


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