Città e Urbanistica

Scuole, concorsi di architettura e iter veloci per il piano città

Giorgio Santilli

Il «piano città» avviato da Passera-Ciaccia ha antenati nobili nella storia della politica nazionale per la rigenerazione urbana: programmi che hanno avuto nomi a volte curiosi - «articoli 18», Pru, Prusst, contratti di quartiere, «zone O» - destinati a segnare le diverse generazioni di strumenti che dagli anni '90 si sono susseguite per dare una risposta «integrata» al malessere crescente delle nostre periferie.

Il «piano città» avviato da Passera-Ciaccia ha antenati nobili nella storia della politica nazionale per la rigenerazione urbana: programmi che hanno avuto nomi a volte curiosi - «articoli 18», Pru, Prusst, contratti di quartiere, «zone O» - destinati a segnare le diverse generazioni di strumenti che dagli anni '90 si sono susseguite per dare una risposta «integrata» al malessere crescente delle nostre periferie.

Nati come semplici «piani di riqualificazione urbana» in cui l'aspetto fisico e imprenditoriale (in certi casi anche speculativo) risultava prevalente o quasi esclusivo, erano andati via via aumentando la dose di complessità e di integrazione progettuale, nella consapevolezza crescente che la rigenerazione urbana non può che essere anche rigenerazione sociale, economica, culturale di un luogo. Quella «integrazione» non consisteva solo nel fatto che le risorse nazionali si aggiungevano a quelle locali e quelle pubbliche a quelle private: la virtù consisteva (o sarebbe consistita, perché non pochi sono stati i fallimenti) nella coralità di obiettivi, energie, interessi, ma anche nella capacità di creare valore aggiunto con le infrastrutture (che cominciavano a diventare una priorità e un'urgenza) in progetti immobiliari più tradizionali.

Senza aver mai toccato gli apici di esperienze come Bilbao o Marsiglia, non sono mancati casi positivi di rinascimento di zone degradate. Con un'avvertenza: che qualità dei progetti, celerità delle procedure, capacità di coinvolgimento della cittadinanza e utilizzo dello strumento dinamico della demolizione-ricostruzione non sono mai stati in Italia all'altezza degli standard europei più avanzati.

Mario Ciaccia ha brillantemente esposto lo stesso concetto di integrazione presentando il nuovo «piano città»: lo ha fatto (si veda Il Sole 24 Ore dell'11 maggio) con un'immagine certamente efficace quando ha parlato della scuola come centro vitale dell'attività sociale del quartiere. La scuola-infrastruttura riqualificata e «aperta» alla cittadinanza - con il programma già finanziato di riqualificazione e messa in sicurezza di 3.596 scuole - può diventare il simbolo stesso di questa operazione integrata di riqualificazione.

Rispetto agli anni '90, l'Italia ha fatto passi avanti nella scoperta di una buona progettualità e di una buona architettura (ancora poco diffusa) e ha sdoganato il tabù della demolizione e ricostruzione, almeno sul piano normativo e culturale. Restano alcune condizioni essenziali ai fini della riuscita del «piano casa». La prima è che le procedure siano effettivamente semplificate perché al momento nulla garantisce una velocità di esecuzione. Non saranno certo i tavoli ristretti, né le selezioni informali dell'Anci a dare lustro e velocità al nuovo programma.

Servono procedure trasparenti e veloci che coinvolgano anche i quartieri interessati. «Fare comunità» può essere l'opposto del «fattore Nimby». Serve trasparenza e concorrenza seria anche nella scelta dei progetti, che non devono sbucare fuori da qualche cassetto, ma devono aspirare davvero a standard europei e arrivare da iter trasparenti che solo i concorsi pubblici possono garantire. Infine, la demolizione e ricostruzione: si abbia il coraggio finalmente di procedere nella direzione giusta, facendo comunità, ma senza difendere ciò che va solo buttato giù.


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