Città e Urbanistica

Periferie, «Guasti vecchi e nuovi, ora serve un Piano decennale e la riforma urbanistica»

Roberto Morassut (*)

Il relatore della Commissione d'inchiesta - «Rigenerare la città esistente, servono più risorse per spazi e servizi pubblici»

(*) Roberto Morassut, deputato del partito democratico ed ex assessore all'urbanistica del Comune di Roma, è stato vice-presidente della Commissione d'inchiesta della Camera sulle Periferie e relatore del Rapporto finale della commissione

Il lavoro svolto dalla Commissione d'Inchiesta sulle città e le periferie italiane (con il contributo di accademici come Laura Ricci, direttrice del Dipartimento di Urbanistica della Facoltà di Architettura di Roma o di Giuseppe Roma direttore di RuR), segna il ritorno del Parlamento alla nobile tradizione delle inchieste sociali che ha avuto grandi precedenti come la Commissione sulla condizione agraria istituita nel 1877 dopo l'Unità d'Italia e come la Commissione d'Inchiesta sulla Miseria e i mezzi per combatterla istituita nel 1951.
Anche oggi abbiamo bisogno di aggiornare i nostri strumenti di interpretazione della realtà urbana e metropolitana del Paese, in primo luogo, superando una vecchia idea di "periferia".
Si deve guardare con nuovi occhi a quella che è una "nuova questione urbana" e che non riguarda solo la "periferia" in senso stretto.

Come in altre parti del mondo occidentale, i fattori di difficoltà tra zone centrali, semicentrali ed esterne si sovrappongono e allo sviluppo espansivo nelle campagne, giunto da tempo ad un punto limite, si è progressivamente sostituita una dinamica dominata dalle lacerazioni interne, dagli strappi dei tessuti insediativi, dalla espulsione di brani di città produttiva dal circuito urbano.
Si tratta di nuovi e possenti processi di mutazione che incidono sulla percezione e sulla realtà delle cose producendo insicurezza sociale, insicurezza di vita materiale, insicurezza dei luoghi non più presidiati e riconoscibili, insicurezza delle strutture fisiche, dei territori e delle masse edilizie vecchie e inquinanti, insicurezza verso i propri simili se hanno una lingua o una pelle diversa.

Si deve considerare che queste nuove contraddizioni si sommano, in Italia, ad antichi problemi che hanno impresso segni indelebili alla forma delle nostre città, che pur diverse, pagano ancora oggi le conseguenze di patologie comuni e antiche.
Tra questo vi è stato il dominio della rendita fondiaria ed urbana in un paese giunto allo sviluppo industriale tardivamente e senza un'adeguata accumulazione originaria, povero di materie prime e che ha fatto della terra una delle leve della sua trasformazione da paese agricolo a paese industriale.

Un Paese che ha sofferto e soffre quindi ancora per la fragilità della dimensione pubblica delle città, che si esprime faticosamente nei servizi, nel verde, nella residenza pubblica per i meno abbienti ( la più bassa d'Europa ) e nelle deboli infrastrutture, perché le risorse materiali e finanziarie per tutto questo sono sempre risultate insufficienti.
Ecco perché al centro di una rinascita delle nostre città e delle nostre periferie si pone un tema di fondo, non tecnico, ma profondamente sociale e che fa i conti con le tracce profonde della Storia d'Italia, con l'oggi ma anche con il futuro: quello di una riforma generale della normativa urbanistica, ferma ad una legge vecchia di 75 anni.

Nelle periferie italiane propriamente dette vivono oggi circa 15 milioni di individui mentre 21 milioni sono gli abitanti della somma intera delle maggiori città.
Un terzo della popolazione vive nelle grandi città ed è destinata ad aumentare.
Secondo le stime dell'ONU entro il 2025 (quindi tra pochi anni ) la popolazione mondiale urbana crescerà di 100 milioni circa di individui ( più di 10 milioni all'anno su scala mondiale ) e anche in Italia la curva demografica ha ripreso ad andare verso l'alto dal momento che in tutte le città oltre i 300 mila abitanti si prevede un aumento di popolazione.

Tuttavia ad un aumento della popolazione non può e non deve corrispondere un ampliamento dei perimetri urbani ma occorre, invece, un'azione per rigenerare i tessuti esistenti attraverso vigorosi investimenti e una modernizzazione organica del sistema normativo, oggi vecchio e nemico del rinnovo urbano.
Obiettivi che ci mettono in linea con le indicazioni dell'Agenda Urbana Europea.
Le città e le periferie del futuro sono oggetto in tutta Europa di attenzione costante, di monitoraggio e di coraggiosi ed imponenti investimenti per l'innovazione, la sicurezza e la crescita.
Vengono mobilitate grandi risorse pubbliche nazionali ed europee come acceleratori di investimenti privati e si cerca di affrontare la questione che riguarda le periferie (e che in molti casi supera per scala e complessità quella italiana ) con azioni di lungo periodo e di carattere strategico.

Per questo riteniamo che anche in Italia sia giunto il momento di affrontare la "questione urbana" e le vecchie e nuove contraddizioni che essa contiene in modo strutturato ed organico.
Con alcune leggi organiche (sul governo del territorio e sull'edilizia pubblica ), con un programma strategico pluriennale di almeno 10-12 anni, con strumenti di coordinamento nazionale ( un agenzia per le città o un rafforzamento delle funzioni dell'attuale CIPU ) e soprattutto con una politica di investimenti stabile e programmata secondo una logica non episodica, con azioni per la tutela della legalità, la lotta alle catene criminali che si celano dietro le occupazioni del patrimonio pubblico e privato o dietro il traffico dei rifiuti e lo sfruttamento dei nomadi, il diritto alla sicurezza

In questi anni gli investimenti dei Comuni sulle nostre città hanno conosciuto un violento calo, in controtendenza rispetto alle dinamiche in atto già accennate nelle maggiori citta europee.
E' calato il volume degli investimenti e degli interventi sulle reti, sul capitale fisso di opere e patrimonio edilizio, sulla manutenzione urbana e sui servizi mentre è cresciuta in forma e dimensione eccessiva la spesa corrente.
A dieci anni di distanza si sente il peso delle decisioni – solo da poco superate - che condussero nel 2007 all'impegno dei fondi rilasciati dai privati per le urbanizzazioni e previsti dalla legge Bucalossi non più per le opere ma per la liquidità di cassa delle amministrazioni locali.
E pesa, in Italia, l'assenza di una giusta normativa sulla fiscalità urbana che consenta di finanziare in ordinario i sistemi urbani attraverso un equo rapporto tra la rendita urbana e la città pubblica da sempre squilibrato a favore della prima; anche questo ci rende arretrati rispetto alle altre grandi e maggiori nazioni europee.

Nel nostro lavoro abbiamo individuato, inoltre, la necessità di completare il processo di riforma del sistema degli enti locali iniziato con la trasformazione delle province e la introduzione delle città metropolitane di secondo livelli nell'ambito della legge 56 del 2014.
La "governance" dei sistemi metropolitani è un tema centrale e decisivo per una efficace politica per le città e le periferie.
Senza una ridefinizione e integrazione del potere democratico sul territorio sarà molto difficile se non impossibile venire incontro alle esigenze convergenti di decisione e di rappresentanza che salgono dalle comunità locali, dal sistema degli interessi, dal mondo economico, dal mondo del lavoro e delle professioni.

Infine.
Nelle nostre città esiste una enorme energia di civismo fatta di volontariato, solidarietà, apostolato quotidiano nel sociale, nell'assistenza, nell'associazionismo sportivo e culturale, nelle buone pratiche di sussidiarietà per la manutenzione dei beni comuni e del patrimonio ambientale e storico, nelle battaglie per la casa e per il recupero urbanistico in un quadro di legalità democratica.
Il salto in avanti che si può compiere per migliorare le nostre comunità che vivono nei contesti urbani non può prescindere da loro.

Roberto Morassut - Vice Presidente della Commissione d'Inchiesta e Relatore del rapporto


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