Città e Urbanistica

Città compatte e policentriche, la New Urban Agenda uscita da Habitat III (Onu)

Elena Comelli

Nel 2030 ci saranno 41 megalopoli di oltre 10 milioni di abitanti (oggi 28) - Ma mancano indicazioni pratiche e vincolanti

Dopo Parigi, Quito. Nella capitale più alta del mondo, 193 governi hanno firmato questa settimana la Nuova Agenda Urbana, che delinea le strategie globali di urbanizzazione per i prossimi vent'anni, sotto l'egida delle Nazioni Unite. Il documento, approvato nella conferenza Habitat III dopo mesi di negoziati delinea una visione ambiziosa di città compatte, sviluppate lungo assi di trasporto pubblico sostenibile e umanizzate da una crescita policentrica, che cerca d'indirizzare il processo d'inurbamento lungo linee nuove, per evitare il sovraffollamento selvaggio delle megalopoli. Fra i punti centrali della Nuova Agenda Urbana c'è il cosiddetto diritto alla città - «Le città sono per la gente, non per il profitto» -, un principio concepito per spingere i governi locali a una pianificazione che privilegi il pubblico sul privato.

Le città già oggi ospitano oltre metà dell'umanità, producono il 70% del Pil globale e sono responsabili del 70% delle emissioni di gas serra, ma continuano a espandersi: entro fine 2016, altri 70 milioni di persone si saranno spostati nelle aree urbane. Entro il 2030, ci saranno 41 megalopoli di 10 milioni di abitanti o più, contro le attuali 28. Entro il 2050, l'homo civicus avrà superato i 6 miliardi di persone, due terzi dell'umanità, e genererà oltre 2 miliardi di tonnellate di rifiuti l'anno.
D'altra parte, le città sono anche grandi catalizzatori di soluzioni per la sostenibilità. Entro il 2017, per esempio, 2,5 milioni di pendolari della metropolitana di Santiago del Cile viaggeranno ogni giorno su treni alimentati da energia solare ed eolica. Singapore ha aperto la strada per una gestione efficace del traffico fin dal 1975, grazie alla prima congestion charge. Città del Capo vanta gli obiettivi di risparmio idrico più ambiziosi del continente. San Francisco e Montreal hanno di gran lunga superato gli standard dei loro governi federali per le politiche in materia di diritti umani. Il ruolo pionieristico delle città nell'affrontare le grandi sfide è stato riconosciuto nell'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e nei Millennium Goals dell'Onu.

La Nuova Agenda Urbana ha lo scopo di sfruttare questo dinamismo urbano come motore dello sviluppo sostenibile. Ma lo stato d'animo festoso che ha salutato l'esito dei negoziati a Quito non può celare i problemi di fondo. Come uno tsunami, le migrazioni spazzano rapidamente tutto il globo. I confini delle aree urbane si espandono, le città satellite crescono, la dispersione delle aree edificate aumenta. Quest'ultimo è lo sviluppo più dannoso per l'ambiente. La maggior parte degli insediamenti urbani, infatti, sono partiti dai terreni agricoli migliori lungo un corso d'acqua dolce, ricco di vegetazione naturale. Edifici, coltivazioni, pascoli e boschi spesso si sono sviluppati in anelli concentrici. L'espansione urbana quindi invade e inquina a un ritmo crescente risorse naturali preziose. Questo modello si applica per le città di ogni taglia, dalle più piccole alle più grandi (oltre 10 milioni di persone).

Intorno ai bordi delle piccole e medie città degli Stati Uniti, da Salt Lake City a Denver, gli ecosistemi naturali si sono ridotti a zone sempre più frammentate e degradate. Allo stesso modo, Seul ha trasformato le zone verdi circostanti in un anello di parchi delimitato da autostrade. I cambiamenti climatici peggiorano la situazione, aumentando la gravità delle ondate di calore e degradando la qualità dell'aria. L'espansione delle città costiere - come Guangzhou, Mumbai, New Orleans, Osaka o Vancouver - mette sempre più persone alla mercé delle alluvioni. E i poveri urbani sono tra i più vulnerabili.

Proprio dai rischi sempre più evidenti dell'urbanizzazione selvaggia è cominciato il processo di Habitat, lanciato dalle Nazioni Unite nel 1976 per migliorare lo sviluppo sostenibile delle città e la qualità della vita dei loro abitanti. La prima conferenza, tenutasi a Vancouver, ha incoraggiato i governi ad adottare un approccio territoriale per le strategie nazionali di sviluppo e a coinvolgere le organizzazioni della società civile che si concentrano sui temi urbani. Da qui l'istituzione della prima agenzia delle Nazioni Unite basata in Africa: il Centro delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani - gestito da Nairobi - che ha costituito la base per il programma Onu sugli insediamenti umani, Un Habitat, oggi guidato dall'ex sindaco di Barcellona, Joan Clos.
La seconda conferenza, a Istanbul nel 1996, ha prodotto la prima agenda urbana, da cui traspare la convinzione di poter ancora frenare il rapido processo di inurbamento. Oggi, dopo la terza conferenza, è ormai chiaro che l'inurbamento non può e non deve essere fermato, ma va incanalato con una migliore pianificazione.

La Nuova Agenda Urbana, però, ci dice molto sul cosa e poco o niente sul come. Diversamente dall'Accordo sul clima di Parigi, non si danno indicazioni pratiche sull'applicazione dei principi espressi, sul finanziamento dei progetti e sul monitoraggio dei progressi, né tantomeno su chi li debba misurare e sulle eventuali sanzioni per chi manca gli obiettivi. È chiaro a tutti, invece, che c'è un gran bisogno d'informazione e di monitoraggio. Mancano adeguati sistemi per fornire dati scientifici sui risultati chiave e molte nazioni hanno bisogno di pianificatori urbani in grado di sostenere questi sforzi: secondo il World Cities Report 2016, nel Regno Unito ci sono 38 pianificatori per ogni 100mila abitanti, a fronte di 1,44 in Nigeria e solo 0,23 in India, due dei Paesi di più rapida urbanizzazione. Un esercito troppo sparuto per affrontare adeguatamente le grandi sfide globali.


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