Città e Urbanistica

Città metropolitane, il nodo finanziamento. Proposta dall'Inu: una quota dei diritti camerali

Silvia Viviani (presidente Inu) e Luigi Pingitore (segretario generale Inu)

La bozza di decreto Madia sulle CdC prevede di dimezzare la tassa alle imprese, facciamolo solo per quelle che stanno fuori dalle città metropolitane

La riforma Delrio, e in particolare l'istituzione delle Città Metropolitane, rappresenta una delle più grandi opportunità di crescita e progresso del Paese. L'Inu ne è convinto, tanto che nel luglio dello scorso anno ha organizzato a Reggio Calabria il primo Festival dedicato ai nuovi enti e approvato la "Carta di Reggio Calabria".

Quello delle Città Metropolitane è tuttavia un percorso concretamente ancora da realizzare nelle sue potenzialità. Incognite istituzionali, tra cui lo "scivolo" delle vecchie province e i temi di sostenibilità e autonomia finanziaria dei nuovi enti, sono questioni aperte per le quali vanno trovate risposte e soluzioni convincenti.

La Città metropolitana che nasce senza fondi è uno dei temi più dibattuti. Sono state fatte molte proposte, ma nulla ha trovato uno spazio di possibile applicazione. L'Inu con il suo ultimo Congresso, "Progetto Paese, l'urbanistica tra adattamenti climatici e sociali, innovazioni tecnologiche e nuove geografie istituzionali", ha promosso un nuovo posizionamento culturale, imperniato sull'allineamento delle politiche pubbliche, sulla riscoperta del valore sociale dell'urbanistica, sul sostegno delle sperimentazioni e delle innovazioni nella trasformazione delle città.

Un esempio utile di cosa l'Inu intenda con allineamento delle politiche pubbliche è riferibile al Decreto attuativo della cosiddetta "Madia", la riforma della Pubblica Amministrazione (Legge 124/2015) riguardante il riordino delle funzioni e del finanziamento delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura.
Così come uscito dall'ultimo Consiglio dei Ministri il decreto prevede che il numero complessivo delle Camere sia ridotto dalle attuali 105 a non più di 60, con almeno una Camera di commercio per Regione e l'accorpamento delle Camere di commercio con meno di 75mila imprese iscritte, col diritto annuale di iscrizione che sarà ridotto del 50%.
Oggi il gettito derivante dal diritto annuale di iscrizione è di circa 900 milioni di euro. Ebbene, è ipotizzabile un diverso scenario fatto di due proposte.

Primo: una connessione tra la "Delrio" e la "Madia", con almeno una "Camera di commercio territoriale" per Regione e l'istituzione di una "Camera di Commercio metropolitana" per ogni città metropolitana. Si otterrebbe così il vantaggio di rispettare un rapporto proporzionale tra dimensione demografica e presenza del sistema camerale.

La seconda proposta è: il diritto annuale di iscrizione, senza riduzioni, dovrebbe essere dovuto solo dalle imprese iscritte alle Camere di Commercio metropolitane in quanto fruenti di servizi di rango superiore (aeroporti, Università, ecc), mentre per le imprese iscritte alle Camere di Commercio territoriali il contributo si ridurrebbe del 50 %, proprio come previsto dal Decreto attuativo. Metà della quota derivante diritto annuale di iscrizione alle Camere di Commercio metropolitane potrebbe così essere trasferito al bilancio delle città metropolitane: entrate ordinarie direttamente collegate all'economia locale, secondo un fondamento che alla ricchezza prodotta dai luoghi corrisponde una dotazione di servizi e quindi una rendita da perequare. Insomma, rispetto alle molte proposte di imposizione fiscale per le città metropolitane, non si andrebbe ad aumentare il livello di pressione fiscale complessivo attuale, non vi sarebbe un collegamento diretto e iniquo ai flussi turistici pensando a tasse di imbarco o simili (il flusso turistico di Bari non è uguale a quello di Firenze) e, soprattutto, si metterebbero a sistema due tra le più recenti e importanti riforme del Governo.


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