Lavori Pubblici

Terremoto/2. Serve un piano da 4 miliardi annui per 20 anni per curare il territorio

Giorgio Santilli

Mauro Grassi, coordinatore della task force per gli interventi antidissesto idrogeologico della Presidenza del Consiglio, è uno degli uomini in prima linea sulla prevenzione territoriale

«Un piano di prevenzione da 4 miliardi l'anno per 20 anni, 2 miliardi per l'idrogeologico e 2 per l'antisismico: questo serve». Mauro Grassi, coordinatore della task force per gli interventi antidissesto idrogeologico della Presidenza del Consiglio non ha competenze specifiche sui terremoti ma è uno degli uomini in prima linea di Palazzo Chigi sulla prevenzione territoriale. E dà corpo così a quell'idea di un piano straordinario di investimenti necessari per prevenire e ripartire. «Un piano di investimenti di queste dimensioni, che tenga conto anche di interventi privati incentivati nel settore sismico, è l'unico modo per affrontare il problema superando le difficoltà attuali di finanziamenti scarsi e poco selettivi. In dieci anni si vedrebbero finalmente seri passi avanti, magari introducendo anche quelle forme di assicurazione sugli eventi calamitosi di cui spesso si è parlato; in venti renderemmo il Paese più sicuro e cominceremmo a ridurre sensibilmente quella tassa sulle emergenze che comunque ci costa almeno 5 miliardi l'anno».

Preferisce non fare cifre, ma richiama lo stesso concetto dell'ormai non rinviabile necessità di «politiche di prevenzione e non solo di singole misure» Ermete Realacci, pronto a convocare per il 1° settembre la commissione Ambiente della Camera che presiede per votare - possibilmente all'unanimità come accaduto in passato - una risoluzione che rilanci con la prossima legge di bilancio l'ecobonus del 65% allargato ai lavori di prevenzione antisismica. «Bisogna superare gli attuali limiti di quell'incentivo: va esteso dalla singola unità immobiliare all'intero edificio, va esteso al mondo produttivo e alle pubbliche amministrazioni, bisogna rendere convenienti interventi strutturali e di lungo periodo che superino la logica dei lavori anno per anno, utile per cambiare i serramenti ma non certo per lavori impegnativi come questi».

Un terremoto come quello di ieri è drammatico non solo per il numero delle vittime che cresce di ora in ora. Lo è anche, inevitabilmente, per la fotografia che scatta del Paese mettendo a nudo fragilità territoriali e organizzative. Più di tutti colpisce - e molti analisti lo hanno evidenziato - il rapporto fra la relativamente bassa intensità dei fenomeni sismici (il massimo livello di magnitudo è stato 6) e lo sproporzionato numero di morti e di crolli. Un'edilizia povera che ancora una volta è all'origine di un dramma italiano. Ci si ritrova così anche stavolta a fare la considerazione fatta in occasione di altre tragedie analoghe: se un terremoto non si può prevenire, si possono, però, limitare i danni, in termini di vittime e di danni agli edifici, con una buona politica “lunga” di prevenzione che comporta l'utilizzo organico di un mix di strumenti pubblici e privati. Investimenti di pesante riqualificazione, anzitutto, ma anche norme tecniche chiare per le costruzioni e controlli.

Ancora una volta l'Italia dimostra di saper reagire abbastanza bene alle emergenze, con la enorme solidarietà che arriva dai privati e un modello di Protezione civile fra i meglio organizzati in Europa, ma continua a prestare il fianco scoperto sulla prevenzione antisismica (dove non si sono mai portati a regime interventi avviati in modo frammentario e parziale con il fondo istituito nel 2009) e sulla manutenzione idrogeologica, infrastrutturale e territoriale. Un terremoto non si può evitare, ma si possono evitare molte delle ferite che comporta ai territori colpiti dalle scosse: enorme numero di edifici crollati (non di rado anche di recente costruzione), frane più vaste e profonde del dovuto, crollo di ponti e viadotti, infrastrutture rese inutilizzabili nel momento dell'emergenza, collegamenti insufficienti. E non di rado la correlazione fra tutti questi fenomeni è altissima e converge a rendere molto più drammatico il bilancio delle catastrofi.

La conclusione può sembrare una forzatura ma non lo è affatto. La ricetta per uscire dall'emergenza sanguinosa delle catastrofi naturali in Italia è la stessa necessaria per uscire dalla crisi economica e dalla fase di stentata ripresa: rilanciare gli investimenti. Non c'è nessuna forzatura e ormai ne sembra convinto anche il premier Matteo Renzi, che quella sia la strada giusta. L'Italia può ripartire contro vizi “culturali” vecchi e nuovi solo spostando, con l'aiuto di una politica economica solida e costante, risorse verso investimenti capaci di riqualificare, ristrutturare e rilanciare un Paese ancora afflitto da arretratezze non più sostenibili. Il piano di 4 miliardi annui di cui parla Grassi può sembrare una proposta faraonica vecchio stile, ma potrebbe invece diventare uno dei pezzi fondamentali di un piano straordinario di investimenti pubblico-privati fatti per il bene e il futuro dell'Italia (magari con un sostanzioso avallo e contributo Ue).

Non è affatto escluso, quindi, che la prossima legge di bilancio possa portare a quel risultato che Realacci auspica: passare da singole misure scoordinate a una seria politica di prevenzione e di investimento. La differenza sta nella capacità di coordinamento delle misure, nella loro entità, ma anche nel forte segnale politico. Anzi è proprio questa la battaglia che, anche dentro il governo, stanno giocando ministri che da mesi ripetono questo refrain sul bisogno di rilanciare anzitutto gli investimenti, a partire da Pier Carlo Padoan e Graziano Delrio.

D'altra parte, giusto per restare alle detrazioni fiscali Irpef del 65% meglio note come “ecobonus” - che la scorsa legge di stabilità ha allargato agli interventi di prevenzione anti-terremoto nelle zone sismiche 1 e 2 - quello che Realacci ripropone per gli investimenti antisismici, Delrio e il Mef lo stanno mettendo a punto in termini più generali per una politica di riqualificazione energetica dei condomíni e della pubblica amministrazione, con meccanismi di estensione degli interventi sugli interi edifici che permettano di superare una politica che premia solo alcune unità immobiliari e lascia fuori, per esempio, i soggetti fiscalmente incapienti. «Tanto più questo ha senso - dice Realacci - per gli interventi di messa in sicurezza sismica dove io non intervengo, pur magari essendo intenzionato, se nel mio palazzo ci sono altri che non intervengono». Questo spiega perché finora lo strumento non sembra essere decollato (dati ufficiali non ci sono) mentre l'ecobonus, così come per gli incentivi del 50% per le ristrutturazioni, ha avuto un grande successo e grande diffusione per i micorointerventi domestici.

Ovviamente evocare una politica favorevole agli investimenti non significa realizzare investimenti. Qui entriamo in un'altra delle criticità italiane - forse la più grave in assoluto - che consiste nel non riuscire a cantierizzare quel che si programma e spesso si finanzia pure. Groviglio normativo, procedure estenuanti, frammentazione di competenze, inerzia delle Regioni sono fenomeni che impediscono di concretizzare risultati anche quando politiche, sia pur fragili, vanno in quella direzione. Certo, da una parte, come dice Realacci, c'è la fragilità di queste politiche, che non pongono con grande prospettiva di scenario e forza politica obiettivi chiari (l'esempio della prevenzione antisismica è calzante). Dall'altra parte, però, anche quando i governi hanno chiaro l'obiettivo e mettono in campo uomini e risorse (si pensi alla fortissima volontà politica espressa dal governo Renzi sul dissesto idrogeologico), i risultati stentano a venire. Mentre i vecchi progetti regionali e nazionali anti-dissesto, precedenti al 2010, che ammontavano a 2,7 miliardi, hanno cominciato a muoversi (sono stati aperti cantieri per quasi 1,5 miliardi) superando parzialmente vecchie incrostazioni, veti, clamorose carenze progettuali e inerzie regionali, il nuovo piano fa fatica a mettersi in movimento.

La spesa reale, di cassa, non supera nel 2016 i 50 milioni, contro i 90 preventivati, e conta di arrivare nel 2017 a 150-200 milioni, con una partenza lenta, considerando che l'orizzonte di pianificazione è assai più ambizioso, comunque lo si voglia girare: 30 miliardi di interventi “larghi” individuati dalle Regioni; un primo piano da 7 miliardi da selezionare con le Regioni, finanziato con un prestito Bei da 1,8 miliardi per il centro-nord e dal fondo sviluppo e coesione (Fsc) per i patti al Sud; un piano stralcio per le aree metropolitane di 1,3 miliardi, di cui una prima tranche da 800 milioni che è in fase di decollo ma presenta già 2-3 mesi di ritardo è una seconda tranche da 500 milioni da coprire.

È qui, in fondo, è l'altro compito del governo Renzi dopo aver messo a punto con chiarezza una nuova politica di rilancio degli investimenti, con priorità chiare e forti. Evitare che gli annunci e le cifre restino sulla carta. Dimostrare, dopo gli sblocca-Italia del passato, di saper andare oltre quella coltre di interessi che in Italia frena gli investimenti (e che non di rado gira intorno a vischiosità regionali e locali). Non poco è stato fatto con il decreto regolamentare sui poteri sostitutivi al Presidente del Consiglio, approvato dal Cdm prima della pausa ferragostana. Ora bisogna mettere a regime, con le politiche delle cabine di regia in cui confluiscano anche i ministeri più forti, quegli strumenti che in fase sperimentale già si sono avviati: super commissari, fondi rotativi per garantire la realizzazione di un plafond di progetti esecutivi, “patto” fra Mef, Ragioneria, Palazzo Chigi e singoli ministeri interessati per garantire tutta la cassa che serve (del Fsc ma non solo) per dare continuità nel tempo a interventi pubblici e privati non rituali.


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