Città e Urbanistica

Edilizia popolare allo Stato? Gualmini (E.Romagna): «Proposta Federcasa tardiva e impraticabile»

Massimo Frontera

Dalla Regione Emilia-Romagna è arrivato un secco "no" alla proposta lanciata dal presidente di Federcasa, Luca Talluri

Le proposte di Federcasa sull'attribuzione di competenze sul tema alloggi pubblici «risultano tardive o, comunque, impraticabili a fronte di un processo di riforma del Titolo V della Costituzione, che è già in fase avanzata in Parlamento e che, speriamo, verrà definitivamente approvato con il referendum costituzionale del prossimo ottobre».

Con queste parole, la vicepresidente della Regione Emilia Romagna, Elisabetta Gualmini, assessore al Welfare e alle politiche abitative, ha seccamente bocciato la proposta che il presidente di Federcasa, che riunisce i circa 100 ex Iacp d'Italia, ha lanciato qualche giorno fa a Roma. Proposta corroborata da uno studio affidato a Nomisma sulla situazione abitativa in Italia. In quella occasione, Luca Talluri, il presidente della Federazione delle Aziende casa (che, con la devolution del 1998, sono transitate nella sfera di competenza regionale), ha appunto lanciato la proposta-shock di tornare nella sfera statale e - contestualmente - di avere anche un gettito pubblico costante di risorse per soddisfare la domanda abitativa. Alla base della proposta, anche la consapevolezza che dalle Regioni, ha detto Talluri, non arrivano fondi, e sempre meno ne arriveranno in futuro; mentre invece è salito a quota 1,7 milioni il numero di famiglie in affitto in cui il canone pesa sul reddito per oltre il 30 per cento.

La presentazione, ieri a Bologna, del rapporto Nomisma sull'emergenza abitativa (che lo scorso 17 marzo è stato presentato a Roma) è stata l'occasione per rimettere in riga il presidente di Federcasa. «Come è noto - ha sottolineato la vicepresidente Gualmini - la Regione mantiene le competenze in materia di governo del territorio, demandando allo Stato solo la predisposizione di disposizioni generali. Sono comunque contraria a ipotizzare qualsiasi dinamica di accentramento nelle mani dello Stato della politica della casa, visto che la lettura dei bisogni e del disagio sociale non può che essere fatto dai Comuni e dalla Regione».

Più in generale sul problema del disagio abitativo, la vicepresidente della Regione riconosce che «anche in Emilia-Romagna c'è la necessità di "sbloccare" il sistema, rendendolo più agile e più adeguato ai bisogni. Va proprio in questa direzione la riforma dell'Erp che la Regione sta portando avanti, e che vuole incidere da un lato sulla revisione del canone, calcolato in base a elementi oggettivi (superficie e qualità dell'alloggio, ubicazione all'interno del territorio) e con delle correzioni in base al reddito degli assegnatari; dall'altro, sui criteri di accesso e decadenza». Dal prossimo giugno, ha ricordato la vicepresidente, entreranno in vigore le norme che prevedono nella regione l'abbassamento della soglia di reddito Isee per l'accesso alla casa (attualmente a 17mila euro) e anche la riduzione della distanza tra il limite di reddito per l'accesso e quello per la permanenza, con una "forbice" tra i due compresa tra il 20% e il 60% (attualmente, invece, il limite di reddito per la permanenza è il doppio di quello per l'accesso).

«L'obiettivo - aggiunge Gualmini - è raggiungere un tasso di ricambio "fisiologico" del 3-4%, grazie al quale, ogni anno, 1000-1500 nuovi nuclei potranno accedere a una casa popolare, mentre quelli in decadenza verranno accompagnati, se necessario, verso nuove soluzioni abitative come, ad esempio, il social housing o smart housing».


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