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Smart city, in Italia investimenti potenziali per 65 miliardi di euro

Dario Aquaro

Secondo il report dell'Energy strategy group del Politecnico di Milano, il volume di mercato che sarà effettivamente raggiunto entro il 2020 si aggira invece intorno ai 10 miliardi (il 16% dello spazio teorico)

Il potenziale di mercato “teorico” delle Smart City in Italia ammonta a circa 65 miliardi di euro. Una cifra calcolata considerando le prime 50 città per numero di abitanti, e che risulta più di sette volte superiore al totale degli investimenti realizzati fino ad oggi in tale campo. È l'orizzonte ipotizzato dal recente report dell'Energy Strategy Group del Politecnico di Milano, secondo cui il volume di mercato che potrà esser effettivamente raggiunto per le Smart City entro il 2020 si aggira invece intorno ai 10 miliardi (il 16% dello spazio “teorico”). «Si stima pertanto un mercato medio annuo di nuove realizzazioni pari a circa 2 miliardi di euro all'anno tra il 2016 e il 2020 - si legge nel documento -, con una “progressione doppia” rispetto al ritmo medio degli investimenti tenuto negli ultimi anni (stimabile nell'ordine di un miliardo all'anno)». In questo quadro, le tecnologie alle quali è affidato il maggior potenziale “atteso” sono quelle per l'efficienza energetica (45%) e il teleriscaldamento (37%).

Le tecnologie in gioco
La costruzione di una Smart City passa infatti attraverso l'interazione di tre “building block”: tecnologie abilitanti, attori (sia pubblici che privati) e modelli di finanziamento. Quanto alle prime, si fa riferimento a soluzioni di trasporto innovative e sostenibili (biocarburanti, veicoli a bassa emissione, soprattutto elettrici, sviluppo di car-pooling e car-sharing), soluzioni per l'efficienza energetica in ambito domestico e urbano, per l'utilizzo efficiente delle fonti energetiche disponibili, l'integrazione di nuove fonti rinnovabili, la riduzione degli sprechi nella gestione delle risorse idriche e dei rifiuti.

Ma le tecnologie più legate al tema “smart” (mobilità elettrica e smart grid) risultano attualmente poco mature e mostrano tempi di ritorno dell'investimento piuttosto elevati. Al contrario di quelle più diffuse e che garantiscono maggiori benefici economici: fonti rinnovabili, soluzioni per l'efficienza energetica, sistemi di mobilità condivisa.

Così, provando a classificare ogni tecnologia in base al tasso di penetrazione atteso in Italia al 2020 e al potenziale di crescita degli investimenti, risulta che quelle “affermate” - caratterizzate da alto livello di sviluppo attuale e assenza di forti barriere all'adozione - sono proprio le meno strettamente correlate alla tematica Smart City: ad esempio, quelle per la pubblica illuminazione.

Altre, pur abbastanza diffuse negli ultimi anni (si pensi alla produzione di energia da fonti rinnovabili), subiranno invece una battuta d'arresto, e sono perciò definite “rallentate”. In testa c'è il fotovoltaico, che assisterà a una sensibile riduzione dei volumi installati, a causa della conclusione del “conto energia” (incentivazione diretta). Vengono poi le tecnologie “in attesa di sviluppo”, che potrebbero incrementare notevolmente il totale degli investimenti realizzabili, ma vedono forti barriere alla penetrazione sul mercato. La mobilità elettrica, per esempio, è frenata da fattori sia tecnologici (costi, prestazione delle batterie) sia culturali (cambio di abitudini degli automobilisti).

Business model virtuoso
Come trasformare in tecnologie “ad alta crescita” quelle che sono ancora “in attesa di sviluppo”? La risposta è nel business model con cui far crescere le Smart City in Italia. Un problema di sistema, che riguarda le interazioni fra i diversi “building block”.

Il report ha infatti preso in esame le due maggiori città di ciascun paese europeo (una sola per Cipro, Lussemburgo, Malta), creando un indicatore del grado di “smartness”. E scoprendo che la principale differenza tra casi più e meno virtuosi non risiede nell'orizzonte temporale dell'intervento (cioè tempistiche di investimento diverse) e neppure nella localizzazione geografica (anche se spiccano le città nord europee tra le “evolute”), ma nel modello di sviluppo. In particolare, a risultare vincente è il modello “organico”, con una cabina di regia composta da tutti i soggetti coinvolti nella realizzazione dei progetti Smart City, che coordina e pianifica le attività, e con forme di finanziamento PPP (partenariato pubblico-privato). Un modello che si contrappone a quello “additivo”, nel quale è invece la Pubblica amministrazione ad assumere il ruolo di principale promotore dei progetti, senza una roadmap ben definita e con finanziamenti legati in prevalenza a fondi nazionali e comunitari. Le ragioni della distanza che separa le città italiane da quelle più virtuose in Europa sta dunque nel modello di sviluppo adottato.

Serve un cambio di passo
Nel campione analizzato, 16 città su 50 non hanno intrapreso alcun progetto significativo in ambito Smart City. Ma anche tra quelle che si sono “mosse”, il modello di sviluppo predominante è quello “additivo”, «ulteriormente favorito – spiega il report - da specifici fattori di contesto tipicamente italiani, quali: la scarsa diffusione del PPP, per di più talvolta “malvisto” come una modalità di relazione “poco trasparente” tra soggetto pubblico e soggetti privati; l'elevata “burocratizzazione” del nostro Paese, che ha un impatto netto negativo sulla possibilità di usufruire di finanziamenti pubblici (possibili abilitatori di tali progetti); la ridotta “capacità di spesa” delle Pubbliche Amministrazioni, legata ad un'indisponibilità di cassa e/o ai vincoli di bilancio vigenti (con riferimento ad esempio al patto di stabilità)».

È comunque vero che in alcune città, come Milano e Torino, si sta affermando un modello di sviluppo classificabile come “organico”, pur se con alcune limiti (cabina di regia non ancora ben formalizzata, roadmap non ancora consolidata). Ma per sfruttare tutto il potenziale che si prospetta – conclude l'analisi del Politecnico - serve un cambio di passo completo. «La “trasformazione” è possibile se gli attori in gioco saranno in grado, attraverso una cabina di regia condivisa e forme di finanziamento PPP appositamente studiate, di “sopportare” gli orizzonti di investimento e la “invasività” di questi interventi».


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