Progettazione e Architettura

Perché scegliere 99 opere arcinote con immagini superficiali e poco selezionate?

Valerio Paolo Mosco

È stato quasi un miracolo aver allestito un padiglione in 3 mesi, ma il risultato è scialbo, povero di contenuti e poco coraggioso

Ha del miracoloso aver pensato e realizzato un padiglione nazionale in tre mesi, di ciò va dato atto a Luca Zevi e al suo gruppo coordinato da Francesco Orofino. È questo il dovuto assunto rispetto al quale è necessario però andare oltre.

Partiamo dall'allestimento curato da due studi, DEMO e OSA. Elegante, senza dubbio, ma talmente distratto da dimenticarsi che aver dedicato una sala intera (per di più la prima) alla ricostruzione di un sottobosco italico esprime un simbolismo imbarazzante se non grottesco. Che l'architettura italiana non sia messa bene lo sappiamo, che ormai sia confinata nel demi-monde è altrettanto noto (e per certi versi ingiusto), ma che sia sottobosco, no, è troppo!.

Passiamo all'opera del curatore e del suo gruppo. Il titolo scelto per questa edizione è immediato e potrebbe funzionare, "le quattro stagioni", ma la relazione con i contenuti è vaga. Delle quattro sezioni la più importante è quella dedicata al "decentramento produttivo e alle architetture del made in italy", sezione risolta con una carrellata di opere realizzate negli ultimi anni dall'industria e dal terziario nazionale. Sono 99 per l'esattezza, esposte con dei video in cui appaiono immagini patinate, da pieghevole propagandistico, a cui si sommano retoriche interviste a gongolanti imprenditori e architetti vanesi; 99 opere belle, medie, brutte, adeguate, inadeguate, alte, basse…opere non scelte, ma semplicemente elencate, come sempre più spesso accade, senza alcun taglio critico.

Ci si chiede allora perché esporre progetti quasi tutti noti, con delle immagini superficiali e poco selezionate? Perché celebrare il made in Italy secondo modalità che non si trovano più neanche nei grossolani magazine in allegato al quotidiano? Di grande qualità sono invece i video della sezione "reMade in Italy", ma dietro l'ammiccamento grafico e multimediale la povertà dei contenuti è ancor più allarmante: il solito cahier de doleance della situazione italica, tra l'altro quasi identico a quello già visto e sentito nella scorsa Biennale, quella curata da Luca Molinari, nella quale però, al contrario di quella di quest'ultima, erano presenti i progetti di architettura, con le loro piante, prospetti e sezioni, elaborati evidentemente considerati oggi pleonastici, al di fuori delle quattro stagioni.

Si rimane poi esterefatti di fronte al profluvio di buone intenzioni che i video riversano ci addosso, di fronte ad un linguaggio grossolano, scaduto, ridotto alla giustapposizione continua di slogan politicamente corretti, inneggianti un modello (quello della comunità) vago ed evanescente, contenitore ideale per un Italia che smarrita la volontà di entrare nella porta stretta del realismo laico, si rifugia ancora una volta nella cultura confessionale.

A seguire la sezione "nutrire il pianeta" in cui un video favoleggia un Arcadia di lecci e oliveti, di mediterranea armonia talmente artefatta da risultare non auspicabile. Ultima sezione, quella su Adriano Olivetti seduce in quanto la storia seduce sempre (quella degli Egizi ad esempio, perfetto evergreen) ma non chiarisce affatto la presupposta attualità del "duca di Ivrea" (caustica definizione di Luciano Bianciardi), testimone di un mondo sideralmente lontano dal nostro, un mondo oggi consolatorio, riedizione di utopie la cui propaganda ha preso già da tempo il posto della realtà.

Colpisce inoltre che all'ennesimo omaggio al divo Adriano non sia stato invitato Enrico Morteo, autore di un libro e di una serie radiofonica sull'Olivetti che al contrario della glassa celebrativa vista a Venezia, non rinuncia al taglio critico, a quella presa di distanza che misura la qualità di qualunque lavoro intellettuale.

Per avere allora un esempio di quale sarebbe potuta allora essere un'alternativa allo scialbo Padiglione italiano basta fare un salto ai Giardini e vedere il Padiglione Giapponese dove un ineccepibile Toyo Ito ha coordinato tre architetti di qualità (Fujimoto, Hirata e Inui) per un progetto in una zona devastata dallo tsunami. Risultato: pochi e bravi, cooptati da un attento curatore, concentrati su un pezzo di architettura spiegato con mezzi semplici e adeguati, ovvero con modelli, piante, prospetti e sezioni e ciò senza slogan, senza buone intenzioni, senza utopie regressive, senza retoriche riformiste, senza arcadie, senza accanimento grafico, senza cahier de doleance, senza interviste celebrative e senza pensare a un Adriano Olivetti dagli occhi a mandorla che sicuramente ci sarà stato anche li.

Il prossimo curatore quindi del nostro padiglione abbia il coraggio della scelta (tre architetti, sei, non di più) e coordini un progetto, ovvero etimologicamente qualcosa che azzardi il futuro ed eviti (gliene prego, per pietà) di evocare il made in Italy. È evidente che per far ciò il nostro Ministro deve scegliere il curatore con almeno un anno di anticipo. Forse così tra due anni eviteremo di vedere una stanza dedicata al sottobosco.


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