Progettazione e Architettura

Le architetture delle fabbriche, specchio del dinamismo delle aziende italiane cresciute nel mondo

Rosario Pavia

Conosciamo ormai l'architettura industriale della grande fabbrica e delle company towns. Ma non il più diffuso e nascosto lavoro di rinnovo dei luoghi di produzione degli ultimi 20 anni nei distretti industriali che hanno tenuto alta la bandiera del Made in Italy

Cosa ha significato l'architettura della diffusione produttiva e l'affermarsi del Made in Italy sul piano insediativo e della qualità urbana e del paesaggio non è facile a dirsi. Manca una riflessione sul ruolo dell'industria, sia all'interno della città diffusa, sia nella riorganizzazione della città consolidata.

A guardar bene, mentre conosciamo l'architettura industriale della grande fabbrica e delle company towns (da Torino, a Ivrea, a Maranello, a Bergamo a Terni, a Sesto S. Giovanni), la nostra conoscenza del periodo relativo ai decenni più recenti è limitata agli interventi di architetti di fama chiamati da imprenditori di successo (da Renzo Piano per la B&B e la FIAT, e la Ferrari a Tobia e Afra Scarpa e Tadao Ando per Benetton, a Massimiliano Fuksas per la Nardini e la Ferrari, a Jean Nouvel per la Ferrari e il Km Rosso e Kengo Kuma per Casalgrande Padana).

La ricerca avviata per il Padiglione Italia per la 13° Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, anche se per grandi linee, dimostra la consistenza degli interventi progettuali promossi dagli imprenditori del Made in Italy per i loro stabilimenti e uffici direzionali. Il successo del Made in Italy e la sua affermazione sul mercato interno e internazionale è documentato dal diffuso investimento in opere d'architettura. Il rinnovo del patrimonio immobiliare degli imprenditori si concentra negli anni '80-'90, ma continua, nonostante la crisi, anche nel corso del 2000.

Attraverso le architetture del Made in Italy è possibile leggere le trasformazioni di un comparto industriale che si consolida nel tempo e che superando l'essenzialità del capannone, organizza il suo spazio produttivo e direzionale in strutture più complesse attente alla qualità architettonica, al rapporto con il contesto, all'immagine dell'azienda veicolata dall'architettura.

Ovunque in Italia dalle province dell'arco alpino, alla periferia delle grandi città del Nord Ovest, alle regioni della città diffusa, alle aree metropolitane di Napoli e Roma, fino ai distretti industriali della Puglia e della Sicilia, troviamo tracce consistenti dell'impegno delle committenze industriali nei confronti dell'architettura.

Nella diffusione urbana e produttiva le nuove architetture emergono come grumi di qualità che rompono l'uniformità del paesaggio delle zone industriali.

Accanto a studi professionali affermati e legati da tempo a gruppi industriali di primo piano (da Antonio Citterio, a Guido Canali, a Cino Zucchi a Mario Cucinella, a Dante Benini, a Michele De Lucchi, a Piero Lissoni, a Pierpaolo Ricatti), troviamo una molteplicità di studi professionali meno noti, ma di notevole interesse che hanno saputo dialogare con intelligenza con committenze esperte ed esigenti. Ne emerge uno spaccato di un mondo professionale radicato sul territorio, capace di presidiare i propri ambiti regionali, ma anche di espandersi sul mercato nazionale e internazionale, seguendo, in questo, un modello di comportamento culturale e imprenditoriale proprio del Made in Italy. nello staff di Luca Zevi, curatore del Padiglione Italiano della XIII Biennale di architettura


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