Progettazione e Architettura

Biennale? Evento mondiale unico ma scarse ricadute sulle trasformazioni urbane

Paola Pierotti

La Biennale è un puzzle difficile da ricomporre. Anche se il tema Common Ground sembrava (e sembra) essere quello perfetto, la sensazione diffusa tra chi ha visto la Biennale è che la XIII mostra di Architettura non abbia corrisposto alle aspettative di molti.

Sono (inevitabilmente) positive le dichiarazioni dei quattro ministri che hanno già visto la mostra. Nel Padiglione Italia, in particolare, il ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri, ha mostrato interesse «per i temi a cui la politica deve dedicare attenzione». Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha visitato la mostra, parlando però solo genericamente di disoccupazione giovanile.

Nessun rappresentante istituzionale del mondo dei costruttori dell'Ance ha finora visitato la mostra. Ma tra gli architetti in tanti hanno manifestato qualche perplessità, anche se poi (come è frequente nella categoria) faticano a entrare nel cuore del problema, a proporre ipotesi concrete suggerendo temi di attualità, proposte che valorizzino le nuove generazioni e che offrano soluzioni replicabili, che riportino l'Italia al centro (come scrive Stefano Casciani ). Prevalgono troppo spesso i network con l'accademia, con le riviste di settore, con i critici. Tanti si limitano alla "sensazione" e al "lamento" senza proporre una campagna propositiva e attiva.
Una settimana dopo l'apertura della kermesse veneziana ci si interroga sulle ricadute di questo grande evento che ogni due anni porta l'Italia al centro dell'attenzione internazionale.
Fiumi di visitatori (architetti e non) andranno a Venezia fino al 25 novembre, si prevede il coinvolgimento di numerosi atenei e scuole, sono in programma tanti eventi che richiamano l'attenzione di sponsor e aziende: la macchina della Biennale è un evento culturale unico.
Ma nel 2012 cosa può – e deve – generare un «evento» costato 9,6 milioni? Quali ricadute per l'assente architettura italiana?

David Chipperfield in conferenza stampa ha detto che «la Biennale è un dono che ci fa Venezia e l'Italia. Qui c'è un patrimonio di sensibilità profondamente radicato nella cultura che non si deve perdere. Sappiamo tutti – ha aggiunto l'architetto, presente in Italia da una decina d'anni – quanto sia difficile esercitare la professione in questo Paese; l'Italia non è un luogo agevole». Lo sa bene lui che da Verona a Venezia, da Salerno a Milano fatica da anni per realizzare opere che ha vinto con concorsi internazionali.

Ma cosa può – e deve – produrre la Biennale di Venezia per l'Italia? Il presidente della Fondazione, Paolo Baratta, rispondendo, sempre in conferenza stampa, a una domanda su due nuove costruzioni veneziane (due approdi per i vaporetti) ha detto: «mi piacerebbe fare concorsi ma non ho né l'autorità, né i mezzi. La Biennale può animare un dibattito, scambiare idee».

La Biennale è un'istituzione che ha uno scopo ben preciso ma che negli anni ha dimostrato una grande capacità di innovazione coinvolgendo ad esempio gli studenti universitari, animando un dibattito con un pubblico sempre più allargato.
In Italia la Biennale riesce anche a interessare la politica all'architettura, tema solitamente marginale nel dibattito pubblico. Sarà possibile fare ancora un passo avanti?


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