Progettazione e Architettura

Stefano Casciani: «Se alla mostra si vuole vedere l'Italia si torni a un curatore italiano»

Stefano Casciani

Il critico Stefano Casciani replica al presidente del Cna, Leopoldo Freyrie, che denuncia la scarsa attenzione all'architettura nazionale a Venezia

La vita è strana: quella del critico ancora di più. "Allarmato" alla notizia della nomina di David Chipperfield a direttore della XIII Mostra d'Architettura in Biennale, mi sarei aspettato una mostra prevedibile: il risultato mi ha invece sorpreso positivamente, per come esprime l'inquietudine e la crisi del momento, malgrado un tema jolly che può voler dire tutto o niente (come tutti i temi delle mostre, del resto).

Scopro, invece, che altri, ottimisti alla stessa nomina, si sentono ora delusi dopo la visita alla mostra: ad esempio il presidente degli architetti (si veda l'intervista a Leopoldo Freyrie a questo link ), che lamenta addirittura la mancanza dell'architettura in mostra (sic), e soprattutto la scarsa presenza tra gli invitati degli architetti italiani. Viene da chiedere: perché il Cna – che rappresenta la sola professione con la fortuna sfacciata di avere l'occasione per una visibilità mondiale senza pari – non inizia un serio lavoro di pressione sulle istituzioni perché finalmente la Biennale di Architettura (dopo 12 anni!) torni ad avere un curatore italiano?

L'ultimo è stato il bravo Massimiliano Fuksas, che con Doriana Mandrelli e un foltissimo gruppo di collaboratori ha dato vita a una mostra che non aveva nulla da invidiare a questa, quanto a interpretazioni del presente e del futuro. Il presidente Baratta è persona molto abile e intelligente, forse il miglior presidente che la Biennale abbia avuto in tanti anni: eppure l'ostinazione a voler nominare un curatore straniero tra professionisti già famosi e strapagati, oppure tra esponenti dell'accademia pura, non rende un buon servizio a un mestiere (un'arte?) che, anche in Italia, è incredibilmente molto più veloce nelle sue mutazioni di quanto possa capire chi ne è coinvolto da professionista o da accademico.

Il curatore ideale dovrebbe avere uno sguardo esterno, obliquo, indipendente, interdisciplinare, alieno da compromessi o lobby (come quella di Koolhaas, che ormai detiene il controllo delle due più importanti testate d'architettura italiane), libero di muoversi attraverso schemi e metodologie, abituato – ma non asservito – allo scenario internazionale, e soprattutto sganciato da ogni nostalgia masochistica.

La lamentela fissa, la Sindrome di Calimero («qui fanno tutti così perché sono piccolo, italiano e architetto») serve a poco. Certo, esiste anche un'altra faccia della medaglia: ci sono ad esempio troppe confusioni nel Padiglione Italia, non è ben chiaro cosa si possa capire del tema pur importantissimo scelto dal coraggioso Luca Zevi attraverso una serie di videointerviste che all'inaugurazione erano mute, da un lancio smaccatamente pubblicitario per l'Expo 2015 (ha ragione Luigi Prestinenza a protestare per il mistero sui concorsi per la progettazione dei suoi padiglioni e infrastrutture), da una parata in video dei "soliti noti" dove risalta come cattivo esempio quello dell'Achille nazionale: il Bonito Oliva di epiche battaglie per l'arte contemporanea, il doppelgänger razionale del pazzo Sgarbi (di cui non abbiamo per nulla sentito la mancanza in quegli stessi spazi dove l'anno scorso ha tentato di assassinare l'idea stessa di bellezza dell'arte italiana).

Povero A.B.O. (Achille Bonito Oliva, ndr), ridotto a una comparsata video da tuttologo, in cui si arrampica sugli specchi per cercare di dire qualcosa di originale intorno all'architettura. Essa è la sintesi di tutte le arti, non di tutti i vizi televisivi (ecco, l'ho detto) che già tanto hanno contribuito a portare questo in-felice Paese a un terribile declino, che proprio la mostra di Zevi voleva generosamente contrastare.

Un'ultima osservazione, riferita alla realtà di cui Freyrie lamenta stranamente l'assenza in Biennale. Tra pochissimo si terranno le selezioni per l'accesso alle facoltà di Architettura italiane, che pur così malandate e malridotte dalle riforme burletta del regime berlusconiano attirano 30mila domande: per 8.720 posti! Pensiamo forse che tutti quei 30mila ragazzi siano animati dal desiderio/miraggio di favolosi guadagni in un mercato evidentemente in crisi? Figli di professionisti già affermati a parte, non sarà piuttosto che l'architettura, il duro lavoro del progetto, l'utopia di un ambiente migliore siano tornati di grande interesse per un pubblico sempre più vasto, tanto che molti giovani – o giovanissimi – confidano ancora nella possibilità di cambiare il mondo, almeno un po', attraverso l'arte di costruire? Questa speranza utopistica è l'unica che può tenere in vita uno dei mestieri più belli del mondo, anche nelle sue incredibili trasformazioni in atto.

Questa Biennale non è forse la più interessante della storia, non soddisfa (come nessuna Biennale farà mai) i desideri, i sogni di tutti noi: ma almeno in parte riflette una complessità con cui noi stessi abbiamo a che fare, volenti o nolenti, ogni giorno nel lavoro di progettisti, critici, scrittori o semplici utenti dello spazio costruito. Sfugge forse a colleghi e amici troppo immersi nell'angoscia del quotidiano il fascino straordinario che l'architettura – ben miscelata come in questa mostra a linguaggi digitali, politici, perfino artistici – può esercitare su un pubblico sempre più ampio e ormai smaliziato dalla diffusione capillare della comunicazione on line. Sfugge forse alla stessa Biennale: ma questo è tema per un altro intervento, magari quando avremo i primi veri risultati di affluenza alla mostra di Chipperfield.


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