Progettazione e Architettura

Finalmente a Venezia lo spirito del nostro tempo, disperato

Stefano Casciani

David Chipperfield è un uomo fortunato. Non solo perché con il disegno dei suoi edifici ha trovato una cifra stilistica (un po' noiosa, per la verità) con cui conosce un incredibile successo internazionale; non solo perché è stato chiamato (terzo o quarto anglosassone in pochi anni: a quando un curatore italiano?) a dirigere la più importante, mediatica e prestigiosa mostra d'architettura del mondo: ma soprattutto perché questa Biennale n.13 ("fortunato", in Teoria dei numeri) forse per la prima volta nella storia delle Biennali sembra veramente espressione dello Zeitgeist, lo Spirito di un Tempo terrestre mai così disperato e ultimativo.

Gli alibi estetici, le illusioni tecnologiche, le elucubrazioni filosofiche, il culto della personalità che hanno allontanato architetti e architetture dalla realtà, cadono miseramente in una crisi economica mondiale che distrugge ogni equilibrio consolidato, allontana la speranza di crescita per nazioni/continenti che meritano un riscatto da secoli di umiliazioni: ma la stessa crisi ci obbliga a riportare l'attenzione su ruoli e significati essenziali dell'arte di costruire.

Sarà magari un ingenuo simbolismo, ma la presenza letterale a Venezia di tanti modelli "brick and mortar" (calce e mattoni) – dall'inquietante ricostruzione 1:1 della Wall House di Anupama Kundoo alla tragicomica ( in senso buono) cafeteria venezuelana degli Urban Think Thank – non può non richiamare alla mente dell'osservatore la necessità di un ripensamento generale del lavoro dell'architetto.

Il segnale arriva anche dalle scelte di una giuria ben assortita. Un genio come Toyo Ito ottiene un meritato riconoscimento non per l'autorappresentazione narcisista del suo lavoro, ma per il racconto di un'esperienza difficile nella ricostruzione post-tsunami; le "emergenti" Grafton Architects, certo favorite dalla posizione nella sala più bella del Padiglione Italia (quello originale ai Giardini, non il remake dell'Arsenale), riuniscono perfettamente scultura, architettura e riferimenti culturali – da Mendes da Rocha all'archeologia – nell'elegantissima semplicità di un progetto per l'università di Lima; Klumpner e Brillembourg di Urban Think Thank ritirano il Leone d'Oro a nome degli abitanti/progettisti del grande squat Torre David di Caracas, rovina modernista riportata in vita dalla disperazione dei senzacasa.

E perfino i visitatori nei giorni dell'inaugurazione, sembravano attori di una diversa rappresentazione: evidentemente meno del solito, e quindi di fatto i più motivati. Meglio pochi ma buoni, che tanti presenti solo per la mondanità o l'inutile curiosità per colleghi molto più favoriti dalla sorte, o dalla banalità mediatica ("niente ha successo come il successo"). Assiepati in capannelli per assistere alla performance di solidarietà con le Pussy Riot condannate da Putin, di fronte al Padiglione della Russia, o stesi sui prati dei giardini a godersi l'ultimo sole d'agosto, uomini e donne della folla sembravano sazi e soddisfatti di ritrovare ancora, nascosta qui e là tra mille progetti, l'architettura come strumento per cambiare "lo stato delle cose".

Certo, non mancano nella mostra le civetterie degli architetti che si credono artisti, le ridondanti documentazioni fotografiche di opere di cui sappiamo già tutto, il flirt neoyuppie con la stupida idea della "cttà informale", nient'altro che la città della più bieca speculazione: eppure, anche se non sarà tutto merito di Chipperfield, anche se si tratta davvero solo di una fortunata coincidenza, resta il fatto che questa Biennale merita di essere visitata, per conoscere - se non per capire - un pezzo dell'arte di abitare il Mondo, all'alba (inoltrata) di un secolo che non promette niente di meglio del precedente.


© RIPRODUZIONE RISERVATA