Progettazione e Architettura

«Terreno Comune»? No, piuttosto ritorno all'ordine

Luigi Prestinenza Puglisi

Il messaggio che dovrebbe emergere da questa tredicesima biennale di Venezia, curata da David Chipperldield, è sin troppo condivisibile: l'architettura non può continuare a essere una pratica autoreferenziale affidata a poche star che producono opere scintillanti ma avulse da ogni contesto. Da qui l'esigenza di trovare un terreno comune. Ma, come denunciava anni fa Colin Rowe in uno dei suoi piú brillanti libri, per fare buoni discorsi di architettura e, soprattutto, buoni progetti non bastano le buone intenzioni.

E difatti, in assenza di un coerente svolgimento e di una coerente politica di inviti degli architetti chiamati a esporre, ne è venuto fuori un pasticcio. Girando per le Corderie e il Padiglione Italia si ha la sensazione opposta e cioè che un terreno comune in queste stanze non esita e soprattutto che gli ego degli architetti non siano affatto stati messi in sordina.

Inoltre, e questo è l'aspetto peggiore, si ha la sensazione che la rivendicazione di un terreno comune sia da parte di Chipperfield il pretesto per una richiesta di ritorno all'ordine. Numerosi sono infatti i segnali che questa Biennale promuova architetture oramai ribollite. Molti, troppi i progettisti invitati che orientano la loro ricerca in una direzione nettamente tradizionalista, troppe le immagini metafisiche o piranesiane che fanno pensare agli anni del postmodernismo o della Tendenza, diversi gli accenni alle architetture di Aldo Rossi, alla tradizione classicista o Beaux Arts. Del resto nella commissione della giuria dei Leoni d'oro Chpperfield ha chiamato uno dei più incalliti difensori del Post Moderno, Robert Stern e il Leone d'Oro alla carriera è stato assegnato ad Alvaro Siza, un architetto di valore ma sicuramente uno dei baluardi del moderatismo architettonico d'oggi.

Si dirà: Chipperlfield è un tradizionalista ed è bene che la sua biennale sia tale. Ma, a guardare attentamente non è neanche cosí. Accanto ai nuovi rappresentanti delle vecchie tendenze appaiono anche architetti che con queste non hanno nulla a che vedere. Come Rem Koolhaas, Jean Nouvel, Zaha Hadid, Norman Foster.

E nella giuria dei Leoni d'oro accanto a Stern c'è la brava e sperimentale Tagliabue. Appunto: un pasticcio, che ci fa rimpiangere anche la Biennale di Portoghesi del 1980 nella quale il messaggio del ritorno all'ordine, per lo meno, era proclamato con termini forti e chiari e con una installazione, La strada novissima, che per quanto formalmente disgustosa fosse ce la ricordiamo a distanza di oltre trent'anni.

Un'ultima nota negativa: l'allestimento. Le povere Corderie sono state trasformate in una galleria d'arte con molto attenzione all'effetto cool e scarso interesse alla preesistenza. Un notevole autogool per chi vorrebbe trovare un terreno comune di incontro con il luogo.


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