Progettazione e Architettura

La Biennale? Una mostra che non indica alcuna rotta per il futuro

Luca Molinari

"Common ground" come antidoto per affrontare la crisi di contenuti e di credibilità sociale che attanaglia l'architettura da troppo tempo, questo sembra essere uno dei motivi di fondo che hanno portato David Chipperfield a costruire la XIII edizione della Mostra Internazionale d'Architettura di Venezia intorno a un tema abbastanza universale, ambiguo e trasversale da avere la forza di tenere insieme storie ed esperienze spesso anche molto differenti tra di loro.

Ma chi si aspetta la rivelazione di una verità capace di guidarci tra le nebbie contemporanee rischierà di trovarsi deluso, perché, come è spesso avvenuto in questo ultimo decennio, troppo breve è il tempo tra la nomina a curatore e l'apertura della mostra, senza che ci sia il tempo di consolidare e condividere contenuti complessi che necessiterebbero di approfondimenti e ricerche originali.

Tutto allora si limita a un ottimo aggiornamento sullo Stato dell'Arte contemporaneo con la costruzione di un arcipelago intrigante in cui è sempre bello perdersi per recuperare frammenti utili per elaborare una propria riflessione originale sul futuro.

La Biennale architettura di quest'anno presenta alcuni elementi di fondo che vale la pena evidenziare: la progressiva scomparsa della città che rimane sullo sfondo per un'attenzione forte al corpo dell'architettura; un attenzione piacevole e responsabile per allestimenti "poveri", misurati, attenti ai materiali utilizzati e a basso uso di tecnologie.

Gli elementi più evidenti di criticità sono rappresentati da una compressione eccessiva delle opere nelle Corderie che non rende sempre giustizia a molti interventi facendoci rimpiangere i vuoti salutari che la scorsa edizione aveva costruito tra un intervento e l'altro, e la scomparsa del senso dell'inquietudine e del dubbio costruttivo dalla maggior parte degli interventi in nome di un autobiografismo diffuso che afferma con decisione le proprie matrici culturali e figurative.

E così "common ground" è stato interpretato in maniera duplice dal ricco plotone di progettisti invitati dall'architetto inglese. La prima, minoritaria, come necessità di condividere politicamente e culturalmente il processo creativo con le diverse comunità che abiteranno i luoghi (padiglioni Giappone, Venezuela, USA, Aravena/Elemental, MVRDV + Why Factory, Atelier d'Urbanism Autogérée, Olafur Eliasson, Anupama Kundoo, Crimson).

Il secondo come messa in scena di una comunione di contenuti, percorsi, ossessioni tra architetti a costruire circolarità, spesso forzate, che si sono curiosamente concretizzate in una moltiplicazione di tavoli e contenitori di materiali lungo tutta la Biennale (Grafton architects + Eduardo Mendes da Rocha, Thomas Demand + Vhutemas, oppure Diener and Diener + Gabriele Basilico, Toshiko Mori , Caruso St. John, Eisenman-Aureli-Knipis, San Rocco, Baukhu, Valerio Olgiati, O'Donnel & Tuomey, Cino Zucchi, William & Tsien, Kenneth Frampton, padiglione Spagna).


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